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Lo scandalo dei concorsi universitari. Dov'è la novità?

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Il Palazzo

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La magistratura ha avviato procedimenti giudiziari e ha assunto provvedimenti cautelari verso alcuni professori universitari indagati di aver manipolato i concorsi del personale docente. Nella rete delle indagini sono cascati anche docenti napoletani e financo il rettore di una delle Università della Campania. Naturalmente è d'obbligo la presunzione d'innocenza ma in ogni caso questi avvenimenti alimentano i sentimenti d'indignazione e di rivolta contro le caste e i loro privilegi, sentimenti diffusi in ampi strati dell'opinione pubblica italiana.

Chi di noi avendo percorso suo tempo le tappe della carriera universitaria ed essendo ormai avanti negli anni, leggendo le accuse mosse ai professori indagati si è chiesto in questi giorni: che c'è di nuovo sotto il sole? Gli episodi di familismo (la promozione fino alla cattedra dei figli e dei parenti di potenti baroni universitari) non erano frequenti anche in passato? E gli scambi di favori tra i baroni ("io assegno un posto al tuo allievo prediletto e tu fai lo stesso al mio pupillo") non avvenivano pure quaranta, cinquant'anni fa? Se accadevano allora, come mai ora i magistrati si sono mossi, hanno avviato le indagini e sono arrivati fino a sospendere dall'insegnamento i presunti colpevoli fino alla celebrazione dei processi?

A queste domande si possono fornire diverse risposte. Una risposta è quella di chi tra noi ha vissuto e talvolta ha subìto personalmente la prepotenza dei baroni universitari: ieri, diciamo sessant'anni fa, l'Università era ancora frequentata da una élite, i professori erano pochi e pochi ancora erano gli studenti, oggi l'Università è una scuola di massa, il numero dei docenti è cresciuto insieme col numero degli studenti. Quelle che un tempo erano vicende e aspirazioni di una frazione esigua della collettività, oggi sono diventati casi interessanti migliaia di persone. Il riserbo, la segretezza, il riparo dall'attenzione pubblica che una volta coprivano i docenti e le loro coalizioni, il nepotismo e gli scambi di favori, col tempo sono diventati episodi di pubblico dominio. E poi col tempo la tutela dei più deboli, il ricorso alla magistratura, ai tribunali amministrativi e all'azione penale, hanno contribuito a limitare l'arbitrio e il potere dei baroni universitari. I magistrati, come hanno vigilato sempre di più sui politici e sulle istituzioni rappresentative (il parlamento e le autonomie locali), così hanno guardato con la dovuta attenzione altre istituzioni pubbliche tra cui le Università e quanti dentro le Università esercitano un potere sui docenti, sugli studenti, sul personale amministrativo.

L'espansione delle Università, l'aumento del numero di docenti e studenti, ha prodotto poi altri fenomeni che una volta erano limitati e oggi invece si sono estesi.

Tra questi fenomeni c'è anche la commistione, il legame tra attività di ricerca e attività professionali, tra lo studio e la parcella, il compenso, il lucro derivanti da una professione. In teoria i docenti che svolgono anche un lavoro professionale hanno diritti e doveri distinti, anzi uno statuto giuridico più limitato, rispetto ai docenti che fanno soltanto il lavoro d'insegnamento e di ricerca. I primi sono docenti a tempo definito, gli altri sono docenti a tempo pieno. I primi spesso guadagnano molto di più riscuotendo parcelle dai clienti mentre i secondi percepiscono solo lo stipendio di professore universitario.

Laddove i controlli funzionano, soprattutto nelle Università del Nord d'Italia, la distinzione tra tempo pieno e tempo definito tra i docenti universitari di solito è rispettata. In altri territori non

sempre lo è e talvolta i magistrati intervengono sanzionando i casi di docenti a tempo pieno i quali svolgono abusivamente anche attività professionali. Ci sono anche situazioni d'incerta definizione. Ad esempio, ci si chiede, può un docente a tempo pieno chiedere e ottenere dagli organi di governo accademico l'autorizzazione a svolgere temporaneamente un incarico esterno, d'interesse pubblico e regolarmente retribuito? Secondo alcuni lo potrebbe se rinunciasse esplicitamente alla retribuzione senza aggiungerla allo stipendio di professore oppure rinunciasse allo stipendio universitario collocandosi in aspettativa come docente.

I casi che sollevano più scandalo perchè ledono le aspettative dei giovani meritevoli i quali aspirano ad insegnare nell'Università, sono i casi di concorsi manipolati da commissioni di baroni i quali si accordano sulla spartizione di posti o sui giudizi di idoneità da concedere ad alcuni protetti e da negare ad altri che non appartengono alla cerchia dei favoriti.

In questi casi non c'è soltanto la violazione del diritto di alcuni giovani che soccombono a una prepotenza. Si procura anche un danno ad un principio d'interesse collettivo. Il principio è quello del funzionamento del cosiddetto ascensore sociale, ciò che permette di salire di status a chi viene dal basso.

Mariano D'Antonio, economista