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Campania Segreta: Miseno

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Linea di Confine

MISENO cop

La “piscina mirabilis“ è la più grande e la più nota cisterna che riforniva le navi romane stanziate nel porto di Miseno. Ma non è l’unica. Costruita nel primo periodo imperiale, cioè nel I secolo a. C., serviva ad approvvigionare le numerose navi presenti nel porto di Miseno, all’epoca oltre che ottimo riparo naturale, vero e proprio cantiere navale, con tanto di bacino di carenaggio, costituito dall’omonimo lago.

La cisterna, scavata nel tufo della collina di Bacoli, ha una pianta rettangolare. Lunga 70 metri e larga 25 è coperta da volte a botte, sostenute da 48 pilastri, sovrastati da archi. Il colpo d’occhio, infatti, è affascinante. Con la sua altezza di 15 metri, è per capacità, ben 12000 metri cubi, la più grande costruita dai Romani.

Per impermeabilizzarla fu usata una mistura di calce, pozzolana e cocci di anfore frantumate, nota con il nome di “ coccio pesto “.

La “piscina mirabilis” era la parte terminale del più grande acquedotto della regione in quell’epoca, "l’acquedotto augusteo”, che percorsi 100 chilometri, dalla sorgente del Serino, sulle montagne dell’Avellinese, la riforniva.

Di 500 anni più antica della cisterna di Costantinopoli, divenuta famosa grazie al fatto di trovarsi al centro di Sultanamet, il quartiere più turistico e monumentale dell’odierna Istanbul, ed ai numerosi film girati nel suo interno, fra tutti il secondo della fortunata serie dell’agente segreto 007, “Dalla Russia con amore”; nel ‘Settecento fu una meta fissa del “Gran Tour”, l’itinerario turistico dei grandi viaggiatori dell’epoca. Sono documentate, tra le altre, le visite di Goethe, Mozart e Dumas.

Per anni è stata, se non dimenticata, emarginata dai circuiti turistici, sino ai giorni nostri, in cui è aperta tutti i giorni fino al tramonto, ed affidata alla custodia della gentile signora Imma, ma non essendoci ancora un botteghino, per aver la certezza di poterla visitare, è meglio prenotarsi con una telefonata. Il numero è disponibile sul cartellone all’esterno, o sul sito internet.

Nelle vicinanze, sulla stessa collina, fu costruita, in tempi ancora più antichi, la cisterna delle “Cento Camerelle”, così detta perché i cunicoli del piano inferiore, erano così angusti ed intricati, da formare un labirinto.

Questa parte è stata datata II secolo a. C., età repubblicana, invece, le superiori, il secondo e terzo livello, escludendone un quarto formato esclusivamente da corridoi, costruiti un secolo dopo, sono occupati da una grande cisterna a 4 navate con volte a botte sorrette da pilastri. Le pareti rivestite di “coccio pesto”, era la cisterna della villa del console ed oratore Quinto Ortensio Ortola. In seguito venduta all’imperatore Claudio, padre adottivo di Nerone, fu quindi popolarmente conosciuta con il nome di “le prigioni di Nerone”.

Dopo l’istmo che separa il lago dal porto, praticamente sul mare, alla base della collina di capo Miseno, si apre la grotta della Dragonara.

Qui è stata costruita un’altra cisterna, continuando a scavare nella cavità pre-esistente, costruendo mura e rinforzando la struttura con archi e volte a botte, e dotandola soprattutto di prese d’aria e di bocche per prelevare l’acqua. Impermeabilizzarono il tutto con “coccio pesto”, materiale, come abbiamo visto, imprescindibile per il corretto funzionamento degli invasi. Come spesso succedeva in epoca romana, la natura veniva leggermente modificata dalla mano umana, che così si avvantaggiava di una morfologia favorevole.

La cisterna è più grande, per estensione,ma non per capacità, della “piscina mirabilis”, ed era situata esattamente sotto la villa di Lucullo, generale romano e gran buongustaio ed anfitrione di banchetti…..luculliani. Questi, oltre a possedere vivai e peschiere nelle grotte vicine, aveva fatto piantare erbe aromatiche in quantità per le sue cucine, tra cui il finocchietto. Il forte odore di questa pianta tipicamente mediterranea, aveva fatto si che la grotta, in epoca medievale, venisse chiamata “del finocchietto”.

L’etimologia del nome “Dragonara”, non è ben chiara, ci sono diverse versioni. Una dice che dato che la cisterna è alimentata, oltre che dall’acqua piovana, da una sorgente sotterranea, che trova sbocco all’interno della grotta, e l’acqua, cadendo su altra acqua e sulla pietra, amplificata dal riverbero del suono sulle pareti, produce un borbottio, nell’immaginazione di soldati e marinai, simile al respiro di un drago. E’ quella che preferisco, oltre che per la bellezza poetica della storia, per il fatto che una ventina di anni orsono, sull’isola di Ponza, visitai un’antica cisterna romana, allora sconosciuta ai più, tanto che vi si entrava attraverso un ingresso nascosto all’interno di una proprietà privata. Ebbene, tutta la zona si chiama “Dragonara”.

Anche per accedere a questo sito, è necessario che venga un custode ad aprire il cancello. Qui c’è Salvatore Greco, ex cuoco del ristorante” da Giona”, che ricorda che durante la II guerra mondiale, la grotta veniva usata come rifugio anti-aereo.

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