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Il ruolo dei liberali nel Partito democratico

Scritto da Ernesto Paolozzi Il . Inserito in Port'Alba

Per superare la più grave crisi economica del dopoguerra e ricostruire la democrazia italiana dopo la deflagrazione del sistema politico del paese, dilaniato da opposti populismi, è necessario liberare la società e la politica dei vincoli delle corporazioni, dalle stanche oligarchie di potere, dalle pigre consuetudini di chi ritiene che il mondo non possa cambiare. Promuovere la mobilità sociale quale sinonimo di equità, libertà, democrazia, attraverso l’abolizione dei privilegi corporativi che lacerano il tessuto sociale e deprimono la crescita economica e il progresso civile. Affermare l’individualità contro il meschino egoismo, come rispetto della creatività, in sé portatrice del valore dell’alterità, della socialità, della solidarietà. Questo, in estrema sintesi, il compito che si prefigge l’associazione Sinistra liberale.
Se ne è discusso a Napoli in una affollata assemblea con Sandro Gozi, Gianfranco Passalacqua, coordinatore di Sinistra liberale, Berardo impegno ,Bartolo Costanzo Umberto De Gregorio, Franco Lauro e tanti altri esponenti di associazioni e gruppi.
I liberale, come ha giustamente ricordato Berardo Impegno, in sé e per sé non sono né di destra né di sinistra. Sul piano filosofico e culturale. Sul piano politico devono scegliere, soprattutto in un sistema bipolare come è diventata di fatto l’Italia, fra destra e sinistra secondo le diverse sensibilità e i diversi programmi politici.
Si tratta, a mio modo di vedere, di compiere una vera e propria rivoluzione, culturale prima ancora che politica, nell’ambito di una sinistra invecchiata, stanca, priva di creatività. Potremmo dire, quasi come in uno slogan, si tratta di recuperare, seriamente e rigorosamente, le idee di libertà nell’orizzonte della sinistra. Idee di libertà che non coincidono, e forse non hanno proprio niente a che vedere, con il cosiddetto pensiero unico liberale che dominerebbe il mondo contemporaneo. Una sinistra liberale si oppone al dirigismo tecnocratico che domina l’Unione Europea dei nostri giorni in favore di un’Europa etico-politica. Sogna, forse, che il Parlamento europeo, eletto dai cittadini, dai popoli, come si dice con enfasi forse esagerata, si proclami costituente e costruisca una nuova Europa che, paradossalmente, si avvicini all’Europa delineata dai padri fondatori nel dopoguerra.
Ritiene che alla crisi dello Stato sociale si debba rispondere con un nuovo Stato sociale, fondato sulla garanzia dei diritti individuali più che sulle rendite corporative; che l’intervento dello Stato serva a garantire uguali possibilità alle persone e non ad ostacolare la libera creatività di individui e gruppo. Che si tratti di aprire un’attività commerciale senza dover passare sotto le forche caudine di una burocrazia ottusa e invasiva, figlia di un micidiale cocktail di sinistrismo normativo e frainteso liberalismo tecnocrate. Che si tratti di poter liberamente insegnare ed apprendere, nelle Università e nelle scuole, senza sottoporsi ad un mortificante sistema di valutazione, anch’esso figlio di contrapposti cascami culturali di destra e di sinistra, il tecno-positivismo e la buromeritocrazia, riuniti in una miscela letale e annichilente.
Una sinistra liberale spera che le città italiane siano sottratte alla cultura del divieto e del vincolo, dalla chiusura della strade e delle piazze al proibizione di mangiare panini o sedersi sulle panchine. Una cultura malata e trasversale, alla destra e alla sinistra, al leghismo e al grillismo. Una sorta di biopolitica, per dirla con Foucault, che esercita un potere coercitivo di fatto, difficilmente riconoscibile in quanto potere perché dissimulato da presunti valori etici o da altrettanto presunte verità scientifiche oggettive e incontrovertibili. Potere tanto più forte e insidioso giacché si presenta col volto della lotta contro il potere costituito. E’ il capovolgimento, a cui assistiamo sbalorditi e atterriti, di movimenti inizialmente rivoluzionari, come quelli degli indignati, degli arancioni, dei grillini e così via, in ingranaggi dal timbro autoritario, se non totalitario.
In questa prospettiva, ideale e politica assieme, il ruolo dei liberali nel PD risulterà essenziale, io credo, per guadagnare alla sinistra la parte più avanzata della società italiana. Se non temessi di essere frainteso, direi per conquistare un’egemonia culturale da tempo perduta. Per potere non solo vincere le elezioni ma anche riuscire a governare il Paese.