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"Dimissioni" scatto di carriera

Scritto da Valerio Di Pietro Il . Inserito in Vac 'e Press

 

 

Lunedì otto ottobre 2012, nei palazzi istituzionali in giro per la Regione Campania, se ne sono viste di tutti i colori. In sostanza quasi tutti i Presidenti di Provincia ed un buon numero di Sindaci , anche di realtà degne di nota, si sono dimessi dai rispettivi incarichi.

Ora, se questo fosse successo qualche anno fa, molto probabilmente, la notizia sarebbe stata accolta da tutti noi come un atto di “responsabilità politica”, magari preso dinanzi a situazioni di ingovernabilità, magari avremmo anche tirato un bel sospiro di sollievo. Ma la realtà è ben diversa ed è inutile raccontarsi favole: questa raffica di dimissioni è dovuta all’entrata in vigore della sentenza n. 277, depositata il 21 ottobre 2011, in cui la Corte Costituzionale ha previsto l’incompatibilità tra alcuni ruoli istituzionali con la candidatura alla Camera dei Deputati oppure al Senato della Repubblica. Per quanto tra i dimissionari ci siano personaggi del calibro di Luigi Cesaro (o meglio conosciuto dal popolo napoletano come Giggin’A Purpett), che di fatto portano il centrosinistra ad esultare neanche avessero finalmente vinto le elezioni, ci sono dei passaggi su cui è doveroso soffermarsi a riflettere. Primo tra tutti, chi assicura a questi signori che alle loro dimissioni seguiranno con certezza candidature ad una delle due Camere? Rimanendo nell’orbita del PD ci sono due possibili risposte: o c’è la convinzione di poter vincere grazie ad un forte seguito elettorale, nel caso di elezioni con preferenze o primarie per la scelta dei deputati ( e in questo caso bisogna ammettere che mettersi in gioco è tutt’altro che sbagliato), oppure qualcuno ha la certezza di essere inserito in lista bloccata per una delle due camere, in caso di mantenimento del sistema attuale, o meglio ancora di un posto in un bel collegio sicuro, nel caso di ritorno al sistema dei collegi. 

Ulteriore aspetto da considerare, che probabilmente è anche il più rilevante, è quello che non esiterei a definire con l’espressione “abbandono del tetto coniugale”, considerato che quasi tutti gli amministratori in questione erano giunti a poco più della metà del loro mandato quinquennale!
Praticamente potremmo dire che ogn’uno di loro, ha “mollato” a metà del percorso istituzionale per la speranza (o la certezza, chissà), in una candidatura ad una delle due Camere.
In un periodo in cui l’antipolitica dilaga e la fiducia nelle istituzioni cala vertiginosamente, in un periodo in cui gli scandali relativi alla mala amministrazione si susseguono ad un ritmo incredibile, è possibile che un amministratore, che neanche un paio di anni or sono andava in giro a chiedere ai propri concittadini o conterranei di votarlo, abbandoni tutto, in spregio alla fiducia ricevuta dagli elettori, per candidarsi alla Camera? Per l’ennesima volta assistiamo ad una fortissima degradazione del senso della Politica con la “P” maiuscola. Tutte queste manovre non fanno altro che fare emergere, come spesso accade, “l’Io a discapito del NOI”, facendo sì che la carriera personale diventi un valore assoluto. Certo una logica di questo tipo sarebbe comprensibile dal punto di vista lavorativo, ma è assolutamente disdicevole ed ingiustificabile dal punto di vista politico. In conclusione potremmo dire che questo evento è esplicativo di come sia, a dir poco, necessaria una nuova legge elettorale che impedisca di tradire la fiducia dell’elettore o che almeno costringa l’eletto a dare conto del proprio operato al cittadino nella speranza, in tal modo, che i prossimi Sindaci o Presidenti di Provincia (et similia), si candidino sempre con la consapevolezza di dover portare a termine il proprio mandato o, al limite, di dimettersi in caso di assenza di condizioni politiche o amministrative. Non resta che augurarsi che dal dopo Monti la politica dei partiti prenda una migliore e maggiormente virtuosa rotta.