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Nostalgia? E di che? La sfida è nel tempo che viene

Scritto da Osvaldo Cammarota Il . Inserito in Il Palazzo

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Non si può provare nostalgia per qualcosa che non c’è ancora. I cambiamenti intervenuti a cavallo di secolo hanno trasformato radicalmente la società, ma nella sfera politica sopravvivono dinamiche di conflitto tipiche del ‘900.

La politica, anche ai livelli più territoriali, ha incorporato quelle dinamiche “frontiste” che, considero superate con il crollo del muro di Berlino. Altro che governare la polis, prevedere e progettare il futuro… la politica sembra incapace di uscire dalle secche della litigiosità, sembra poco attrezzata a governare la sfida della complessità sociale e della globalizzazione.

Mi sembra riduttivo e illusorio attribuire colpe o meriti eccessivi a singole personalità e costruire “miti” intorno ad esse; dannoso, poi, è ridurre il dibattito politico ad una conta tra diverse culture ed esperienze riformatrici. È dannoso a livello nazionale e locale.

A Napoli, ad esempio, ciascun leader locale ha interpretato il suo tempo.
All’epoca del PCI ci fu il “miracolo” di una giunta minoritaria che governò per otto anni; all’epoca del PDS-DS il sistema maggioritario ha consentito lunghi periodi di continuità amministrativa, ma ora è inutile rammaricarsi.

L’epoca del leaderismo populista, nel 2011, ci ha regalato l’attuale Sindaco, confermato nel 2016 con un sistema maggioritario che stride con la minoranza di elettori che lo ha premiato: 185.907 su 788.291 aventi diritto al voto. Dove son finiti 602.384 elettori?

Non occorrono sofisticate analisi per dedurre che non hanno trovato una “offerta politica” capace di motivarli al voto. Il PD, per ben due volte (2011 e 2016), si è dilaniato al suo interno per selezionare un candidato. I quadri dirigenti impegnati in queste contese -ciascuno per il suo profilo- erano tutti di alta qualità. Ma forse, a Napoli, non basta un candidato.

La sfida è costruire un’offerta politica per il tempo che viene.
Non basta la memoria di quanto è stato fatto, né bastano promesse di innovazione che non siano supportate da un più maturo e credibile centrosinistra di governo. Da dove ripartire?

Più che ricercare negli errori del passato (sebbene scarsamente analizzati) orienterei gli sforzi ad accogliere le nuove domande di Partecipazione che esprime la società post ’900.

Parlo della società napoletana tutta, da ricercare in una parte -io credo consistente- di quei 602.384 elettori e in altrettanti cittadini metropolitani che, astenendosi dal voto, esprimono disagio a riconoscersi nelle diverse contese interne, al PD e al centrosinistra. Parlo di una partecipazione autentica, che si avvalga, cioè, delle tante e diffuse energie sociali che sono escluse solo perché provano quel disagio. Volendo, si può fare.

Il PD, a Napoli, può rigenerarsi producendo un progetto credibile e più largamente condiviso per il governo e lo sviluppo dell’area metropolitana. È un dovere civile per il PD. Lo impone il fallimento dell’esperienza arancione e la diffusa voglia di emancipazione da quegli errori che l’hanno resa possibile.

Il tempo che viene è uno straordinario laboratorio di ricerca e azione, per recuperare alla politica una qualità che ancora non c’è, per colmare lo spazio enorme che si è creato tra i cittadini e le loro istituzioni democratiche. L’intenzione di volerlo fare è espressa da tutti e tre candidati alla segreteria metropolitana del PD di Napoli.

Altro che nostalgia, c’è da sperare che finalmente si recuperi il tempo perso.