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#Metoo: perché contro la violenza sulle donne, un hashtag non basta

Scritto da Claudia Coppola Il . Inserito in Vac 'e Press

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Se stai leggendo quest’articolo e sei una donna, fermati un momento e rispondi onestamente: ti sei mai sentita discriminata, svalutata o intimidita da un uomo? Non importano la tua età, né il tuo lavoro o posizione sociale. Probabilmente ci penseresti un po’ e poi, con risentito imbarazzo sussurreresti di sì.

Poche settimane fa, la stessa domanda è stata posta al mondo di Twitter da Alyssa Milano, che dal suo account ha incoraggiato le vittime di violenze o molestie sessuali a condividere l’hashtag #Metoo per raccontare la propria esperienza, lasciare una testimonianza o semplicemente un cenno, per cercare almeno in parte di valutare la portata di un fenomeno complesso e capillare, che coinvolge nei modi più disparati tante donne che, forti e intelligenti come sono, preferiscono rimanere in silenzio, vittime, una seconda volta, di una società chiusa e accondiscendente.

Oggi le bambine giocano con le Barbie e con i Lego; le ragazze scelgono liberamente il proprio percorso accademico; le giovani donne lavorano fianco a fianco con i colleghi uomini… eppure, dalla battutina alla vera e propria violazione fisica, lo spettro della violenza non sembra essere cambiato dai tempi in cui ammiccanti massaie in corsetto pubblicizzavano aspirapolveri sulle pagine dei quotidiani.

Ad essere rimasta immutata, da allora, è la generale concezione per cui una donna, per quanto intelligente, qualificata o indipendente, in quanto donna, parli, ma senza alzare la voce; cammini a testa alta, ma senza guardare troppo in su; sia competitiva, ma solo con le altre donne; subisca un torto, e chieda scusa.

Sono le donne stesse che, mortificandosi, ostacolandosi a vicenda e crogiolandosi nei sensi di colpa, alimentano la silente ipocrisia di cui sono vittime, ed il senso di imbarazzo ed isolamento che, subita una violenza, le lasciano spesso inascoltate, incapaci di denunciare e chiedere aiuto.

Poche ore dopo la sua comparsa sul social, l’hashtag #Metoo è stato re-twittato da più di mezzo milione di utenti, che in poche ore hanno dato vita ad un vero e proprio movimento, scintilla di una valanga mediatica che non ha risparmiato nemmeno le stelle del jet set: fra i tanti, ha fatto scalpore il caso di Harvey Weinstein, travolto dalle accuse di decine di attrici, che per anni avevano mantenuto il silenzio sui sordidi inviti ed i laidi ricatti del potente produttore hollywoodiano, che ormai per abitudine, scambiava notti in albergo con la promessa di un Oscar.

Innumerevoli sono stati gli articoli scritti su tale vicenda, da tutti esemplarmente condannata, unanimemente giudicata vergognosa ed inammissibile.

Eppure, spenti i riflettori di tutto questo teatrino mediatico, che si sdegna e si indigna fra lustrini radical chic, sappiamo che tanti altri Weinstein, negli uffici, a scuola e all’università, nelle industrie e nelle discoteche, continueranno ad agire impuniti, perché “è sempre stato così, è normale”, e “comunque non importa a nessuno”.

Potrebbe allora tornare utile un po' di buon, sano, vecchio femminismo: non isteriche celebrazioni del “girl power”; non convulsi slogan gridati nelle piazze; non rancorosa crociata contro il genere maschile… semplicemente, informazione e consapevolezza; fiducia da trasmettere; dialogo da alimentare; tabù da abbattere; rispetto da insegnare, agli uomini nei confronti delle donne, ma anche alle donne nei confronti di loro stesse.

Un articolo di Qdn, 280 caratteri o una foto dati in pasto ad Internet, da soli certo non porteranno ad una vera e propria rivoluzione. Tuttavia, la tempesta virtuale generata dal movimento #Metoo, ci lascia intuire la portata di un problema reale, che nella vita concreta sperimentiamo sulla nostra pelle ogni giorno.

Sta a noi, dunque, non trascurare questo campanello d’allarme, bensì prenderlo come punto di partenza per cambiare quello che della società non ci piace, e farlo non a colpi di Tweet, ma nella quotidianità, con impegno attivo e senso critico, per costruire un futuro in cui, si spera, i nostri figli non dovranno più nascondersi dietro un hashtag per far sentire la propria voce.