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Campania Segreta: Melizzano

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Linea di Confine

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Fa parte della comunità montana del Taburno, zona vinicola, ed infatti la nostra prima meta è un’azienda vinicola e la sua cantina.


Per raggiungere Melizzano si passa dalla valle di Maddaloni, dove si staglia imponente una vera meraviglia ingegneristica ed architettonica: l’acquedotto Carolino. Voluto da Carlo III di Borbone, da cui il nome, per approvvigionare il complesso di San Leucio, e tra l’altro la Reggia di Caserta, la sua famosa cascata e le mirabolanti fontane, centro dell’immenso parco, fu progettato, come questa, da Luigi Vanvitelli, il geniale pittore ed architetto di origine olandese. Egli era anche un ingegnere dalle indubbie doti e grandi capacità, basti pensare, che quando fu terminato l’acquedotto, nel 1770, era anche il ponte più lungo d’Europa. Nel 1753 fu dato il via a quest’opera ciclopica e se ne parlò in tutto il mondo. Detentore di vari primati, è tra l’altro uno dei primi esempi esistenti di costruzione anti-sismica, avendo resistito a ben tre grandi terremoti. Tutto il materiale, compreso il metallo per l’anima “armata” della struttura, proviene dall’allora Regno di Napoli (non ancora Regno delle Due Sicilie). Il ferro fu lavorato nelle ferriere di Stilo, ed il minerale estratto dalle vicine miniere di limonite. Nel 1997, insieme a San Leucio e la Reggia Vanvitelliana, è stato dichiarato patrimonio dell’Unesco.

Melizzano sorge sulle rovine dell’antica Melae sannita, e già nel medioevo fu censita dai Normanni con il nome di Meliczano. Appartenuta prima al conte di Caserta, successivamente passò di mano in mano per varie signorie, sino all’abolizione del feudalesimo. Dall’unità d’Italia fa parte del comune di Benevento. Al centro del paese c’è un bel castello medievale dalla merlatura ghibellina.

Poco più in alto, sulle pendici del Taburno, in località Frassi, c’è la meta della nostra gita: l’azienda Cautero di agricoltura biologica. I proprietari, i gentili Fulvio e sua moglie Imma, ci accolgono, e scortati dall’enologo Pasquale Poerio, cominciamo la visita. La vigna degrada dolcemente verso Melizzano, e si intravedono le torri del castello. Relativamente piccola, 5 ettari, è di una rara bellezza. Romantica. Ciò che mi colpisce al primo impatto è l’ordine, avendo sempre creduto che la campagna toscana è ordinata e quella campana no, qui mi devo ricredere. I colori delle foglie delle viti digradano come nella tavolozza di un pittore, disposti per tonalità come maglioni negli scaffali di una boutique di lusso. Il giallo chiaro del Fiano si riversa nel giallo carico della Falanghina, per poi diventare ocra-rossiccio nel Piedirosso e mutare in un rosso intenso, deciso, con l’Aglianico. Per finire un verde dalle venature giallastre: il Greco. Sui bordi del laghetto artificiale, alimentato da una sorgente naturale, che si è formato affianco alla vigna, Pasquale ci spiega. La chimica è bandita da questa azienda. In realtà è inesatto, perché tutto è chimica, il vino, la montagna, il mondo intero. Noi stessi. Vuol dire che non si usano additivi chimici. Tutto è naturale. Tra i filari si piantano delle leguminose: lupini, rape e ravascione. In un secondo momento, quando queste piante cominciano la fioritura, un trattorino passa tra le viti e rivolta il terreno. Il “sovescio”. Con quest’operazione si concimano le piante d’uva, dando loro l’azoto ed il fosforo necessario per il miglior rendimento. È un enologo, che dopo aver analizzato il terreno, sceglie cosa piantare in futuro, per alimentare “biologicamente” la vigna. Passiamo in cantina, ma non è più così romantico come si può pensare. Tra i numerosi fusti d’acciaio, ci sono termometri, manometri e presse per il filtraggio. Il primo calice che assaggio, un Fiano, mi spiega orgoglioso Pasquale, è stato filtrato per decantazione, senza l’ausilio di alcun filtro, cioè versandolo manualmente da recipiente a recipiente fino ad aver raggiunto il risultato desiderato. Un lavoro più lungo e delicato, che rende il nettare più pregiato. Siamo alla degustazione, e tranne qualche intenditore (vero o presunto) che centellina, per noi comuni bevitori, vale la regola “buono-no buono”. Qui è tutto buono. Dopo un’oretta di assaggi, scatta l’applauso per l’amico Bruno che ha organizzato la gita, ed ha avuto la lungimiranza di noleggiare un pullman, così siamo tutti rilassati, e ci godiamo i vini. Se come il buongiorno si vede dal mattino, il buon pranzo si vede dall’aperitivo, chissà cosa ci aspetta ancora!

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