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Aniello Borrelli: ottantotto anni vissuti intensamente (Seconda parte, il dopoguerra)

Scritto da Evelina Parente Il . Inserito in Il Palazzo

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Avevate ancora speranza che ci potesse essere una rivoluzione in Italia e in occidente in generale, in quegli anni?
Allora quelli che si sentivano veramente comunisti, se avevano l’occasione, quanto meno si procuravano la pistola (o’ fierro). A Napoli fare politica come comunisti era difficile. Ci voleva un coraggio enorme.


In quegli anni a Napoli com’era Ponticelli, la Stalingrado Rossa?
Ponticelli e Barra/Ponticelli erano quartieri assediati da una città monarchica al 90%. Mi fa ridere quando Ermanno Rea parla del partito comunista come un grande partito a Napoli. Non esistevamo nemmeno. Ci incendiavano le sedi e bisognava difendersi. Più volte sono uscito dalla fabbrica, anche con Molachi, che ancora non era entrato alla camera del lavoro, per scontrarmi con i fascisti. Quello era il clima in quegli anni. La città era ostile e, noi comunisti, aggravammo la situazione, a causa di quello che accadde nel ’46. Dopo il referendum, nella città storica, dove la monarchia aveva ottenuto il 90%, era normale che i monarchici non ci stessero alla sconfitta. Ci furono scontri e manifestazioni a via Duomo e a Corso Garibaldi. Ci fu un morto. L’episodio più grave fu a via Medina, dove la sede del PCI espose la bandiera italiana senza lo stemma sabaudo. Neppure i repubblicani avevano fatto un gesto così provocatorio. I manifestanti si fermarono e chiedevano di rimuovere la bandiera. Lo scontro fu duro e alla fine si chiese l’intervento della celere. La celere era formata soprattutto da partigiani dell’Alta Italia. Ci furono 11-12 morti. A mio avviso, ci fu una responsabilità diretta dei comunisti. Dopo questo episodio, per noi, le difficoltà di fare politica a Napoli, si aggravarono ulteriormente. Ci vollero molti anni per recuperare. Uno degli episodi che ci fece riacquistare credito fu quello della “salvezza dei bambini”, un’iniziativa di grande valore, che coinvolse molte personalità. Siamo fra il ’46 e il ’47. 15 000 bambini napoletani furono inviati in Emilia Romagna e in Toscana. I bambini furono accolti e rifocillati. Tieni conto che a Napoli la mortalità infantile era altissima. Ci si moriva di fame, diciamo così. Questa iniziativa fu la prima vera iniziativa che ci consentì di penetrare in alcuni quartieri di Napoli, provando a superare la rottura che c’era. In realtà ci abbiamo messo anni e anni per recuperare veramente la diffidenza. Dobbiamo arrivare al sindaco Valenzi e alla sua giunta, anche se non era maggioritaria. Ripeto, io reputo oggi, a distanza di tanti anni, che esporre quella bandiera nella sezione di via Medina, fu davvero un atto provocatorio. Avevamo preso il 10%, in alcuni quartieri il 3-4%, bisognava dare sfogo alla maggioranza che aveva perduto.

E dopo quei fatti come vivesti il tuo rapporto col partito?
Tornato dal militare mi impegnai molto politicamente a Ponticelli. Partecipavo ai comitati direttivi e subito fui incluso nel direttivo. La svolta per me fu rappresentata da un episodio contingente. Federico Mauriello era il segretario della sezione di Ponticelli; Mauriello era un disegnatore, un tecnico, lavorava alla fabbrica Benzina, credo fosse il ’52, dopo essere uscito dalla fabbrica in cui lavorava, fu chiamato in Federazione a fare il funzionario. Allora non si diceva funzionario. Funzionari di professione erano quelli stipendiati dal partito. Divenne amministratore del partito e membro della segreteria della Federazione. A Ponticelli, invece, fu eletto segretario un medico molto bravo, si chiamava Claudio Molinari. Era molto stimato a Ponticelli, assistente di Carmelo Gabriele e pediatra di enorme valore, ha assistito anche mia figlia nel suo studio di Santa Lucia.
Non so per quali motivi, ma Molinari pretese di avermi come vicesegretario. Reputo in proposito, che io a Ponticelli ero quello che avevo accumulato l’esperienza maggiore in fabbrica. Ma per quanto riguarda Ponticelli, c’erano altri che avevano accumulato, riguardo al quartiere, un’esperienza maggiore della mia. La mattina andavo a lavorare all’Arenaccia, ma la sera quando ero libero, ero sempre in sezione. E questo ha fatto sì che iniziasse un mio rapporto costante con la sezione. Questo è un periodo ricco e intenso. E in questa fase che nasce l’idea della casa del popolo per Ponticelli. In quegli anni la cosa fu vista negativamente dalla Federazione. Non si sapeva dove si andava a finire. Si aveva paura di un possibile scontro. Così fummo sconsigliati. Infine le elezioni del ’53 catalizzarono tutta l’ attenzione del partito e delle sezioni.

Cosa accadde nel ’53?
Il ’53 fu l’anno della più lunga campagna elettorale della storia dei comunisti. La grande ammucchiata che c’è stata adesso, per il referendum costituzionale dell’anno passato, avvenne anche allora. La legge elettorale avrebbe previsto un premio di maggioranza limitato, alla coalizione che avrebbe preso il 50% dei voti. C’era la preoccupazione della governabilità del paese. Io fui impegnato seriamente con la campagna elettorale. E feci anche l’esperienza del carcere.
Fummo arrestati mentre scrivevamo uno slogan su un muro. Fui portato a Barra da una camionetta dei carabinieri.
Un amico, dopo, mi aiutò a trovare lavoro in una ditta che forniva legno, la Forni, che prese l’appalto per costruire il secondo serbatoio del gas. Quando i lavori finirono, la Forni aveva un appalto in Libia. E io dovevo decidere se seguire la ditta. Un poco per l’impegno politico e un poco pensando al caldo torrido della Libia, decisi di non andare. Ma la svolta avvenne dopo la tragica morte di Molinari. Al ritorno dalla Festa dell’Unità di Firenze, era il ’54, la macchina si capovolse e Molinari morì. Dopo qualche tempo facemmo il Congresso e eleggemmo il Presidente dei Circoli Cinema del Sud, (allora pensavamo che anche con il Cinema si potesse fare la Rivoluzione. Gli scioperi a modello della corazzata Potiëomkin erano molto diffusi allora. Il Cinema era molto istruttivo). Il fratello di Giorgio Napolitano, Riccardo, era il presidente dei circoli del cinema.

Che accadde con la morte di Molinari, che lasciò la sezione di Ponticelli senza il segretario?
Accadde che a me fu chiesto di andare a fare il funzionario. Dal I° gennaio del ’55 sono andato a lavorare in Federazione.

Ti è rimasto un ricordo molto speciale di Claudio Molinari.
Quello che ricordo con maggiore nostalgia e soddisfazione di questo periodo, è di aver messo su la Casa del Popolo di Ponticelli, assieme a Molinari.

Raccontami della Casa del Popolo di Ponticelli.
Il terreno che all’inizio avevamo individuato non c’era più. Fu organizzata una raccolta di fondi settimanali. Le squadrette andavano ogni settimana a ritirare le quote. Noi facemmo una squadra più autorevole grazie alla presenza di Molinari, che godeva di grande stima, e alla presenza di antifascisti del periodo di guerra che godevano di altrettanto prestigio e stima. Settimana dopo settimana, facemmo i soldi che ci consentirono di aprire la casa del popolo. Per la verità originariamente la casa del popolo non doveva essere dove è adesso. Poco prima c’era un palazzetto che si chiamava Palazzetto Da Ponte, al primo piano con giardino. Quando stavamo per concludere il contratto, un ingegnere fresco laureato ci sconsigliò dal prenderlo, secondo me, sbagliando valutazione. Era convinto che le fondamenta del palazzetto andassero bene per una famiglia, ma non per riunire gruppi numerosi di persone. Accettammo il Consiglio e così acquistammo la Casa del Popolo, quella che c’è ancora oggi. Non era molto bella, ma il mercato fondiario non lasciava molta scelta. C’era però un bellissimo giardino dove si svolsero attività sportive e teatrali. La Casa del popolo diventò quella che è oggi però, quando si liberò un piccolissimo appartamento vicino, che consentì di fare il salone. Dopo tutto questo però, il gruppo dirigente che girava intorno ad Aldo Cennamo decise che Casa del Popolo era nata nel’74 e non vent’anni prima. Questa è stata una cosa indegna. Quando si riunirono per fare la Commissione, noi, i fondatori, Mauriello e io, non c’eravamo. Quando lo sapemmo, cercammo in tutti i modi di ribattere che quello che stavano facendo, non corrispondeva al vero. Mauriello consegnò anche il verbale della riunione che dimostrava che la casa del Popolo di Ponticelli esisteva da oltre vent’anni. Ma non ci fu verso.

Come riuscirono a dimostrare che la casa del Popolo di Ponticelli era nata dalla loro gestione?
Scrissero che il PCI aveva comprato una sezione. Cosa che noi avevamo fatto con i fondi delle donazioni spontanee vent’anni prima, e non specificarono neppure quale fosse questa proprietà. Nel 2004 furono festeggiati i trent’anni della Casa del Popolo e non fummo neppure coinvolti nell’iniziativa. Per le 4 giornate cercarono Mauriello che era più grande di me, e provarono a coinvolgerlo nelle celebrazioni. Mauriello li mandò a quel paese. La questione della Casa del popolo gli bruciava dentro perché la raccolta l’avevamo organizzata noi e questa cosa ci venne semplicemente negata come se non fosse mai accaduto nulla. Con l’aiuto del mio amico che lavorava ad architettura Sino Pignalosa, riuscii a farmi procurare il permesso di frequentare l’emeroteca. Trovai la traccia di un congresso organizzato il primo gennaio del ’54, in un’intervista rilasciata da Molinari si dichiarava che c’era l’intenzione di trovare i fondi per mettere in piedi la Casa del Popolo. Rintracciai i documenti che dimostravano che la Casa già esisteva prima del ‘74. Nell’opuscolo tre compagni dicono che la Casa del Popolo già esisteva. Maurizio Valenzi ringrazia me e il padre di Cennamo per il fatto che la Casa del Popolo già c’era. Ma se chiamavo io a Ponticelli dicendo che la Casa del Popolo già c’era prima del ’74, mi rispondevano che non era vero. E’ pur vero, che nel periodo in cui io mi recai in Russia (dal ’57 al ’60), ci fu un momento di difficoltà e la casa fu allocata a casa di Molinari... Ma era nata grazie al nostro progetto e al nostro impegno di raccogliere settimana dopo settimana, le offerte della gente di Ponticelli.

Link Prima Parte: Aniello Borrelli: ottantotto anni vissuti intensamente (Prima parte)