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Il curioso caso del PD di Portici.

Scritto da Antonio Bibiano Il . Inserito in A gamba tesa

Ebbene sì. A valle di una tanto banale e sintetica, quanto immediata ed incontrovertibile analisi del voto delle elezioni amministrative porticesi, appare quasi inevitabile il richiamo al film di David Fincher.
La quasi totalità del nuovo Consiglio comunale (23/24!) risulta rappresentativa di forze dichiaratamente di centrosinistra. Con l’ eccezione dell’ unico seggio conquistato dal centrodestra. Mentre il Movimento 5 Stelle, tradendo le aspettative della vigilia, è rimasto addirittura escluso dalla ripartizione dei seggi.
Dato esaltante? Non per il PD, paradossalmente…
I democratici locali, infatti, perdono comunque le elezioni; dopo quasi un ventennio di successi, elettorali e non, riconosciuti da più parti e certificati anche da giornali e riconoscimenti pubblici. Insomma, dati alla mano, se il Partito Democratico si fosse limitato a riproporre la classica coalizione di centrosinistra, quella riconducibile a “Italia Bene Comune” e con la quale ha governato la Città negli ultimi anni, per intenderci, molto radicata sul territorio, l’ avrebbe spuntata facilmente ed al primo turno. La maggior parte dei partiti di centrosinistra, precedentemente alleati dei democratici, hanno scelto, invece, di appoggiare la candidatura a sindaco del magistrato Nicola Marrone (ex assessore della giunta-Cuomo, poi dimessosi).
Appare evidente, quindi, la sconfitta politica, ancor prima che elettorale.
Una frattura figlia, pare, del venir meno della condivisione non tanto dei contenuti, ma dei metodi utilizzati per arrivare a determinate scelte, non ultima quella riguardante il candidato a sindaco.
Ma torniamo ai numeri: il partito di Epifani è passato dallo schiacciante 34% delle elezioni comunali del 2009 - che lo incoronò partito di maggioranza relativa - quando il centrosinistra si impose al primo turno con un plebiscitario 70% (riconfermando il sindaco uscente Enzo Cuomo, attualmente Senatore della Repubblica), al 22% attuale, con susseguente sconfitta al ballottaggio. Un calo di ben dodici punti percentuali, attestandosi leggermente al di sotto dei settemila voti, a fronte degli oltre undicimila voti ottenuti nel 2009; con un’ emorragia di circa cinquemila voti. Un risultato ancor più amaro se si considera la contestuale ripresa dello stesso partito in gran parte dei comuni della provincia e del resto d’ Italia, Roma ed Avellino su tutti.
A far riflettere, però, c’ è anche un altro fattore: mentre al primo turno, Giovanni Iacone, manager d’ esperienza e storico dirigente democratico, supportato dal partito e dalla coalizione, riesce quasi a pareggiare i conti con il principale competitor, Nicola Marrone, al ballottaggio, quando a pesare maggiormente erano i due candidati in campo e non altro/i, il distacco è stato molto più ampio (60% circa per il secondo, 40% circa per il primo). Il vento dell’ antipolitica (spesso fondata, è bene dirlo) che ha dato il là alla cavalcata del populismo, a quanto pare, ha finito con l’ investire finanche la Città della Reggia, ormai ex feudo piddino; nonostante i doverosi distinguo, più volte rimarcati anche in campagna elettorale, rispetto alla politica nazionale ed alla (mala) amministrazione di altri comuni limitrofi.
In questo scenario complessivo, la figura del Giudice è apparsa, dunque, almeno sulla carta, più affidabile e rassicurante, tanto da riuscire a far passare in secondo piano le tante incoerenze e contraddizioni insite alla coalizione che lo ha sostenuto.
Tante le cause della battuta d’ arresto che continuano a riecheggiare:
Elezioni anticipate a causa delle dimissioni del Sindaco uscente per potersi candidare al Parlamento; spaccatura della coalizione; eccessiva autoreferenzialità ed autocelebrazione dell’ Amministrazione uscente, scarsamente attenta alla e valutazione e possibile soluzione dei propri errori ed omissioni, sia prima che durante la campagna elettorale; assenza di un incisivo messaggio di rinnovamento; l’ indizione delle primarie, con relativa sottoscrizione programmatica e vincolante da parte dei partiti partecipanti, avrebbe evitato la diaspora di questi ultimi ai danni del PD; una candidatura a sindaco forse poco rispondente alla domanda attuale della popolazione…
Probabilmente, sarebbe ragionevole optare per una sintesi tra queste ed altre motivazioni ancora, seppur con pesi ed implicazioni diversi. Quello che è certo, però, è che i cittadini pretendevano e pretendono un fisiologico ricambio generazionale . L’ ennesima dimostrazione di ciò deriva, per l’ appunto, proprio da queste elezioni, attraverso le quali i porticesi hanno premiato una lista di soli giovani (a sostegno di Marrone), nata quasi dal nulla e senza una struttura partitica alle spalle, con quasi duemila voti. In sostanza, quella che all’ inizio era considerata, per lo più, una sorta di sommatoria di dilettanti allo sbaraglio, a conti fatti, ha ottenuto un ottimo risultato che ha permesso a due giovani porticesi di entrare in Consiglio comunale e, con ogni probabilità, di occupare un posto in giunta. Una scelta coraggiosa, quella della coalizione guidata dal Magistrato ma che alla fine ha premiato, tanto da far quasi apparire, agli occhi degli elettori, la singola candidatura dei Giovani Democratici, Florinda Verde, all’ interno del PD, come una mera foglia di fico. Nonostante il merito ed il brillante risultato individuale conseguito.
Ciononostante, un dato positivo, dal quale ripartire, c’ è ed è proprio quel 22% dei consensi che permette ai democratici di restare il primo partito cittadino, al di là di tutto. Quasi a voler testimoniare che l’ appuntamento con la fiducia degli elettori non è annullato, ma solo rimandato.
Alcide De Gasperi disse: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.” Occorre che questo Partito Democratico agisca su ambo i binari tracciati dallo Statista, lavorando con e per la formazione ed il sostegno di una futura classe dirigente giovane e preparata da consegnare a Portici. Sventando la minaccia del trionfo del populismo e della mala amministrazione.
Giovani non improvvisati, ma appassionati alla politica, capaci e volenterosi. Giovani consapevoli che la rottamazione fine a se stessa, senza le fondamenta dell’ esperienza e della competenza, è un edificio destinato a crollare dopo poco tempo. Giovani altrettanto consapevoli, però, che un graduale e fisiologico ricambio generazionale, caratteristico di ogni democrazia che si rispetti, è utile non solo al partito, ma alla società tutta.
Un PD non da rifondare, in questo caso, ma da rigenerare e riorganizzare.