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Al liceo per imparare la vita: quanti ragazzi vanno a scuola felici?

Scritto da Claudia Coppola Il . Inserito in Vac 'e Press

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Ci sono due notizie, differenti ma in fondo non così tanto, che recentemente mi hanno colpita molto. La prima è la vicenda del sedicenne iscritto al Liceo Mercalli, che il 5 dicembre ha tentato di togliersi la vita durante l’ora di inglese. Trovato nel bagno della scuola, con il corpo pieno dei tagli fatti con un coltello portato da casa, è stato salvato in corner dai medici dopo la corsa in ambulanza.
Prima di perdere conoscenza, ha scritto col sangue sulla parete: “Sorry”, scusandosi, non si sa bene con chi.

I compagni e i professori sono ancora scossi. Descrivono il ragazzo come “strano”: intelligente, taciturno, chiuso in se stesso.

La seconda notizia è quella, meno eclatante ma altrettanto significativa, della studentessa del Liceo Flacco di Portici, sospesa per una settimana dalla preside a causa di un commento negativo su Facebook nei confronti dell’Istituto.

Dopo la vittoria di un premio internazionale per l’educazione imprenditoriale, la preside, sulla pagina della scuola, esprimeva la soddisfazione per il riconoscimento conseguito e tesseva le lodi di un liceo inclusivo e virtuoso: sotto il post, però, il commento al vetriolo di una sua studentessa smentiva tutto, definendo l’“amore per i ragazzi” e il “senso di appartenenza” citati dalla dirigente una mera facciata, atta a nascondere con ipocrisia la “vera realtà” e i problemi della scuola.

La risposta del Consiglio d’Istituto è stata la sospensione per una settimana della ragazza, cui sono seguite le proteste e le manifestazioni di solidarietà dei compagni e degli studenti campani, schieratisi dalla parte della studentessa e della libertà di espressione.

Dopo la tempesta mediatica e l’ispezione da parte di un funzionario regionale, il provvedimento disciplinare sembra essere stato revocato, e la situazione, ingigantitasi, sembra essersi nuovamente normalizzata.

Si tratta di due episodi molto diversi, certo non da affrontare superficialmente come in questa sede, ma che ancora una volta testimoniano come il rapporto fra gli studenti e l’ambiente scolastico sia delicato e complesso.

Ci sono tanti, troppi ragazzi che la mattina si svegliano nell’incubo di andare a scuola.

Ci sono quelli che si svegliano spaventati dalle interrogazioni lapidarie, dalla lezione che non sono riusciti a ripetere, o dalla cattiveria dei compagni di branco e delle loro spietate leggi collettive.

Ci sono quelli che si svegliano annoiati dalla prospettiva di passare le sei ore successive a scaldare il banco, ad ingurgitare nozioni contando le auto che passano fuori dalla finestra, ad ascoltare per la millesima volta il compagno alla cattedra che non ricorda a memoria la terza declinazione, sentendosi ripetere la solita cantilena dal professore frustrato che “non ha mai avuto una classe peggiore della loro”.

Ci sono quelli che si svegliano tristi o arrabbiati, al pensiero di aver passato il pomeriggio a studiare un argomento interessante, che li appassiona: si sono documentati, hanno approfondito e lavorato con cura per il piacere di farlo, e all’ interrogazione faranno bella figura, la professoressa farà loro i complimenti ma darà loro il solito sei e mezzo, lo stesso voto che hanno preso dal primo compito del primo trimestre e che da allora è diventato l’odiosa etichetta del “senza infamia e senza lode”, della piatta e terrificante mediocrità che tanto piace agli insegnanti insicuri.

Non c’è dubbio sul fatto che il lavoro di un docente, soprattutto al liceo, è uno dei più difficili al mondo, e comporta tante responsabilità, didattiche e non.

Non si tratta solo di portare a termine il programma e di fare tre compiti e due interrogazioni a testa: si tratta soprattutto di camminare in equilibrio sul labile confine fra autorevolezza e umanità.

Non fraintendetemi: un professore è un professore e null’altro. Non amico, non genitore, non confessore, confidente, giullare o giustiziere divino. Il suo ruolo è ben preciso e deve rimanere tale.

Da parte loro, anche gli studenti sono tenuti a fare la propria parte e a conoscere i propri diritti/doveri, rientrando nel loro ruolo di studenti, e null’altro. Non antagonisti dei professori o dei compagni, non burattini, mummie o pappagalli ammaestrati, non redivivi Che Guevara sessantottini (nei limiti nel naturale istinto di ribellione giovanile!).

Tuttavia, la di là dei ruoli che necessariamente definiscono la gerarchia scolastica, in ultima analisi cosa vuol dire “formazione”?

Si tratta di una domanda difficile, che viene da tempo analizzata da numerosi punti di vista (pedagogico, sociologico, psicologico, economico, antropologico…). Trovare una risposta nel breve spazio di un articolo richiederebbe capacità di sintesi sovrumane.

Posso solo dire, dall’alto della mia ignoranza, giovane età ed inesperienza, che non si può parlare di formazione senza crescita: culturale, personale (individuale e collettiva) e umana.

Una crescita di questo tipo ci può essere solo con l’impegno e il dialogo; con l’attenzione da parte degli insegnanti alle difficoltà a volte invisibili dei ragazzi; e con il libero scambio di esperienze, opinioni e critiche, nel rispetto di tutti ma senza la paura di dire la propria.

La scuola, alla fin fine, altro non è che una versione ovattata e ristretta della società e della vita vera. In quanto tale, è un luogo dove tutti, dallo studente, al bidello, alla professoressa, imparano ogni giorno qualcosa di nuovo.