fbpx

Italiani bamboccioni, uno stereotipo degenerato

Scritto da Francesca Ciaramella Il . Inserito in Vac 'e Press

bamboccio

Nel 2012 lo spot televisivo di una società immobiliare norvegese utilizzava la «maschera» dell’italiano bamboccione, per mettere in guardia i giovani vichinghi dal divenire come le nuove generazioni del bel paese.

Da prima che la retorica di qualche simpatico politico rendesse questo termine d’uso comune, lo stereotipo culturale legato alla differente provenienza geografica si vendeva come il pane; e ahimè, l’italiano era già considerato il mammone per eccellenza, epicentro di tutte le smanie affettive della madre nel delicato equilibrio della vita domestica. Le statistiche e i numeri non hanno però mai scherzato: con la diffusa incapacità di dire addio alla culla natia, i giovani si sono guadagnati il secondo posto nella lista dei paesi con più “parcheggiati”.

Con gli anni e principalmente a partire dal 2000 quello che era solo il risultato di un processo storico-sociale sui generis, è divenuto il lamento di un’intera comunità, un dato scomodo e sintomo insieme del grande ritardo dell’Italia rispetto ai vicini concorrenti europei.

Nell’interpretazione di questo fenomeno nemmeno il nostro paese ha mai trovato un terreno neutrale. Mentre una classe politica faceva la voce grossa con i giovani italiani, rimproverandoli come a scuola; l’altra li seduceva e li invitava ad accettare lo status del “parcheggiato” come simbolo di una solidarietà familiare invidiabile, eredità della passata economia agricolo-rurale su cui era fondato gran parte del nostro paese nei primi anni del 900.

Da un punto di vista sociale proprio quest’ultima “traduzione” fa acqua da tutte le parti. Nella giovane Italia l’idea di una famiglia allargata che abitava una stessa casa o un agglomerato di edifici vicini, serviva la causa di un lavoro agricolo e domestico comunitario, lì dove tutto era più stretto: lo stipendio, i sogni nel cassetto, le frontiere spaziali e la curiosità verso l’esterno. Che tutti questi fattori fossero interconnessi e che ovviamente lo siano ancora oggi, la dice lunga su quanto le nostre conoscenze e va da sé i nostri bisogni, siano cambiati. L’attuale atteggiamento “mammone” non è quindi più imputabile alla differente storia del nostro paese. Certo, va riconosciuto un maggiore attaccamento per la famiglia allargata (soprattutto nel sud) di cui sembrano essere sprovvisti i nostri cugini francesi, non sufficiente però a giustificare il fenomeno.

Quando si prova a rincorrerne tutte le tracce, si finisce per vederle perdersi nella notte dei tempi. Non c’è un solo fattore scatenante che abbia agito da protagonista surclassando gli altri: forse una serie di politiche fallimentari? L’assenza di incentivi economici stabili e affidabili a cui appoggiarsi prima di affermare con tutta certezza “papà e mamma vado via di casa”? O semplicemente la mancanza di un certo spirito d’indipendenza e di una degna e sana “voglia di lavorare”? Difficile rintracciare il momento preciso in cui, quello che era solo uno stereotipo è divenuto degenerazione. Negli anni ne abbiamo sentite tante, c’è chi ci ha chiamati “sfigati” e non ha nemmeno ritirato le sue parole, convinto del fatto che bastasse questo a darci una smossa e a farci pagare l’affitto. C’è chi ci ha convinti che la nostra formazione non fosse mai abbastanza solida per un agognato riscontro lavorativo; infine c’è chi ci ha accarezzati dolcemente come il diavolo e poi ha fatto in modo che tutto ciò a cui potessimo aspirare fosse fuggevole, transitorio, momentaneo.

E forse alla fine abbiamo veramente finito per convincercene: che fosse tutto troppo incerto, aleatorio e difficile, e che in fondo provarci costasse troppo spirito di sacrificio e un certo non velato masochismo; e quindi allora sì, meglio girare lo sguardo dall’altro lato del letto.