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Riccardo II, di William Shakespeare. La Controversa Regia di Peter Stein a Napoli, tra Dramma, Politica & Poetica

Scritto da Francesco Verdosci Il . Inserito in Teatro

riccardo II

Richard II è una delle più controverse e discusse opere di Wiliam Shakespeare, rappresentata con grande successo continuamente, in tutto il mondo e certamente occupa un posto particolare nel complesso di opere Shakespeareane, particolarmente fra le tragedie che il Bardo Elisabettiano ha dedicate ai Re.
Il dramma che l’acclamato regista tedesco Peter Stein ha portato in tour - sbarcando sulle magiche tavole del Mercadante di Napoli dal 5 al 10 dicembre scorso - è un’opera monumentale, sicuramente tra quelle teatrali di più difficile approccio, che fondamentalmente tratta della deposizione di un Re legittimo e della sua lotta contro gli usurpatori del suo trono.

Importantissima produzione del Teatro Metastasio di Prato, in collaborazione col Teatro Stabile di Napoli, con un cast eccellente sotto tutti i punti di vista, quella del Bardo Elisabettiano è un’opera scritta intorno al 1595 che Il grande regista tedesco considera tra le più interessanti ed attuali del panorama Shakespeareano, soprattutto per quanto concerne la riflessione sul tema del potere, della politica e della sua legittimità (o illegittimità, se non anche illegalità): è possibile deporre un sovrano legittimo? Il nuovo re non è forse un usurpatore? Una tale deposizione non è simile all’assassinio di ogni ordine tradizionale? E cosa succede se il nuovo Re è addirittura peggio del legittimo sovrano?

Durante il suo regno, Riccardo II non fa altro che porre contro di sé tutte le forze sociali e politiche, sfruttando il potere della corona in tutte le direzioni possibili ed immaginabili, spesso sconfinando machiavellicamente tutte le proprie competenze e libertà (compresa quella sessuale). Il Sovrano È sostanzialmente un giocatore, un attore (guarda caso nella lingua madre dell’opera, giocatore ed attore si traducono con lo stesso termine: Player) ma è anche e soprattutto un Re che, anche dopo la sua deposizione, rimane tale mentre il suo rivale ed usurpatore non fa altro che generare esattamente lo stesso identico meccanismo d’ostilità che aveva tanto osteggiato in Riccardo II.

Infondo, la riflessione amara che si propone, tramite la strabiliante messa in scena, è che un potere così temporale è per definizione arbitrario, spesso ostile a tutto e tutti, anche contro i propri principi, anche contro se stessi. Un potere del genere non può che sconfinare nel male.

Risalta particolarmente, della messa in scena di Peter Stein, l’interpretazione al femminile di Riccardo II, affidata alla sapiente ars teatrandi di Maddalena Crippa che rende magnificamente il portamento solenne, algido e freddo del sovrano deposto.

Brilla però su tutti uno spettacolare Paolo Graziosi nei panni del moribondo zio di Riccardo II, che nel suo accorato monologo denuncia un’Inghilterra (e in fondo ogni stato della terra) quanto mai corrotta, svenduta e decadente, meravigliosamente rappresentata grazie alla maestria visiva di Stein che magicamente disegna un quadro scenico che gioca soprattutto sul tipico dualismo bianco / nero, luce abbagliante e profonda oscurità (quasi come fossimo dinanzi ad un dipinto di Rembrandt).

La parabola discendente di Riccardo II, la sua commovente disperazione, è senza dubbio paragonabile a quella di Frank Underwood in House of Cards, a quella di Michael Corleone ne il Padrino e nei suoi tratti più profondamente violenti diviene come Scarface, come i personaggi criminali di Gomorra o i protagonisti de Il Trono di Spade. Ma ci si può palesemente vedere anche il gioco degli uomini politici inter-nazional popolari e non.

Tutto ciò perché l’opera interpreta – e rappresenta in pieno ancora oggi e più chiaramente - il modo in cui il potere, che tende all’assoluto (quello politico ma anche quello criminale), diviene la motivazione che mobilita la parte di oscurità insita in ognuno di noi, nel profondo abisso dell’animo umano.

Commuove e colpisce sempre al cuore, ad ogni ascolto, l’intensa malinconia del favoloso ultimo monologo che Riccardo II pronunzia in carcere. Un epico atto di disperazione profonda, in cui spicca il tema dell’inutilità di quest’affannosa ricerca del potere assoluto (tanto immenso quanto miseramente effimero) ad ogni costo e della mancanza di senso dell’esistenza umana che non guarda dinanzi a niente e nessuno, neanche alla propria anima.