fbpx

Lo scippo - racconto di Ernesto Nocera (pt 1)

Scritto da Ernesto Nocera Il . Inserito in Letteratura

scippo

Gennaro era nato “ ‘ncopp’ ‘e Quartiere “. Era un “ quartieriota “ Come si auto-definiscono. Primo di due fratelli e una sorella le cui date di nascita avevano le cadenze dei periodi di libertà dal carcere di suo padre: 2,3, e 5anni.

Gennaro aveva già 24 anni e Rosaria, la sorellina ultima arrivata andava per i 14. La madre era una donna tendenzialmente affettuosa ma resa dura dalla vita affrontata da sola. Senza sicurezze. Totonno, suo marito e padre dei ragazzi, era uno dei tanti manovali della camorra.

I soldi che guadagnava senza sforzo servendo in una posizione subordinata i “ Mammasantisima” del quartiere sparivano con la stessa facilità durante i suoi periodici ingressi a Poggioreale. Come capro espiatorio concordato per reati a volte non commessi ma che gli venivano attribuiti per coprire il “boss” di turno. In questi casi il “sistema” provvede con sussidi propri alle esigenze della famiglia del socio sacrificato.

La prima volta , Gennaro aveva due anni, lei sperando di salvare il figlio, rifiutò. Andò a lavorare in una piccola ditta di pulizie. La seconda volta dovette cedere.

Aveva Gennaro e Luigi sulle spalle – 5 e 3 anni- e proprio non ce la faceva a reggere la famiglia. Anche perché non aveva a chi lasciarli per andare a lavorare.

Il “clan” tentò di inserirla nelle sue attività, magari come semplice magazziniera di refurtiva, armi o droga ma lei rifiutò consapevole che un suo eventuale arresto avrebbe significato perdere i figli per sempre. Dovette piegarsi alla necessità e accettare il sussidio.

Lucia cercò disperatamente di salvare i figli che ormai erano tre: Gennaro, Luigi e Rosaria.

Li mandava a scuola, controllava che facessero le “lezioni“ a casa, teneva la casa in ordine ed i bambini puliti in difesa di uno straccio di dignità. Gennaro, dopo la terza media, frequentò senza entusiasmo i primi due annidi ragioneria. Poi chiuse, già questo striminzito curriculum scolastico faceva di lui quasi un letterato nel confronto dei suoi coetanei che la scuola l’avevano vista col binocolo.

L’ambiente era quello, le difese inesistenti, l’azione della politica nulla. Abbandonò la scuola e cominciò con i primi scippi.

Casco integrale, rapidità di riflessi, sintonia piena col complice che era dietro sul sellino ed estrema agilità di guida dello scooter. La mattina uscivano “per il bosco” come dicevano. Predatori efficienti in cerca di vittime. Un ulteriore elemento di successo era la profonda conoscenza del territorio ed il dominio assoluto delle vie di fuga.. Dietro la loro attività era tutto un torbido mondo di ricettatori collegati alla camorra. Alla camorra apparteneva anche il controllo del territorio e perciò ogni squadra dello scippo agiva solo in un certo territorio col permesso dei boss. Quei limiti territoriali non potevano essere superati. Ne sarebbero derivati guai seri. I ragazzi lo sapevano bene e rispettavano rigorosamente le regole. Per il resto avevano piena libertà d’azione. Capitava a volte di scippare persone non “scippabili”. In quel caso il boss imponeva la restituzione delle cose “scippate” alla vittima. Erano però casi rari e, come al solito, alle richieste del boss non si poteva né era consigliabile opporre un rifiuto.

Tutte le paranze dello scippo si affidavano per il successo alla protezione di Padre Pio che, nella loro pagana religione, aveva soppiantato da tempo il Volto Santo. Tutte icone di una religiosità eterodossa e pagana. In quegli ambienti lo “scippo” era un lavoro come un altro che, di tanto in tanto, emigrazioni temporanee in occasioni particolari.

Un bel giorno di maggio Gennaro era a “caccia” col suo aiutante preferito un certo Pasquale, che abitava “ ‘ncopp’ ‘e Politi, ovvero una piccola “enclave”ai margini dei Quartieri ed a ridosso del Corso Vittorio Emanuele che si sviluppava nel fitto reticolo del vico Politi e dintorni.

Uscirono a metà mattinata e andarono in esplorazione nella zona universitaria. Al Rettifilo, quasi di fronte all’Università, notarono una bellissima ragazza che camminando sul bordo del marciapiede litigava vivacemente al cellulare con qualcuno. Gettata sulla spalla sinistra con non chalance”, una elegante borsa Vuitton dai lunghi manici. Situazione ideale. Una botta di gas, un passaggio rasente il marciapiede, Pasquale sporse la mano e la borsa volò via senza che la ragazza avesse il tempo di reagire. L’azione fu così precisa e rapida che la ragazza cominciò a gridare quando loro si erano già infilati nel dedalo dei vicoli di Borgo Orefici. Un po’ di giravolte per confondere eventuali inseguitori e poi ritorno alla base, un basso nei Quartieri, per dividersi il bottino. La giornata era andata bene. Già la borsa, di per sé, aveva un certo valore poi vi trovarono qualche centinaio di euro e le solite cose contenute in quegli universi misteriosi che sono le borse femminili, da ragazza e la manica di un abito maschile, la carta di identità e un fascetto di lettere legate con un nastrino.

- Pascà - fece Gennaro - facciamo così. La borsa me la tengo io e ci faccio un regalo a Rosaria, mia sorella, che domenica compie gli anni. Con questa borsa si spara un po’ di pose con le compagne e io aggiungo alla tua parte 20 euro. Le cose inutili le buttiamo. Che dici?-

- Gennà mi sta bene anche perché, come sai , Rosaria mi piace -.

- Pascà fatti i fatti tuoi pecché , pè mò, sòrema è piccerella e la devi lasciar stare se vuoi andare d’accordo con me- .

- Gennà non t’arrabbiare. Proprio perché è tua sorella sono serio -.

- Pascà mettiti l’animo in pace perché mia sorella non sposerà mai uno scippatore fin quando ci sono io per lo mezzo -.

La conversazione cessò bruscamente.

Gennaro andò a casa con la borsa e la vuotò. Quel fascetto di lettere lo intrigò. Sciolse il nastrino e ne scorse qualcuna e capì che erano la testimonianza di un amore finito. Come lo era la foto tagliata a metà dalla quale era stato eliminato il ragazzo che l’aveva lasciata. Le lettere erano della ragazza risultò chiamarsi Elena ed erano state restituite in segno di addio definitivo.

Dal libretto. seppe che la ragazza era iscritta a Lettere. Aveva bei voti ed una regolare successione di esami. Dal documento di identità ricavò

che Elena di cognome faceva Fraiese, che aveva 23 anni ed abitava in via Vittoria Colonna, la via più elegante della città.

Buttò tutta quella roba in un cassetto deciso a sbarazzarsene per non lasciare tracce ad eventuali perquisizioni. In un impeto di scrupolo buttò i documenti in una buca postale. Strappò in minuti pezzi la foto e li gettò nel gabinetto. Conservò il fascetto di lettere, incuriosito. -Voglio darci una guardata si disse.

La sera sul tardi ne aprì una e cominciò a leggere. Una lettera d’amore scritta con bella grafia femminile e rivolta ad un certo Aldo.

La lettura si rivelò appassionante come un romanzo.. C’era un amore che cominciava, che si consolidava a che finiva per una sorta di stanchezza e indifferenza del ragazzo. Gennaro pensò che un tipo che lasciava una ragazza così doveva esser un cretino. Lo colpì in particolare una lettera :

“Aldo,amore mio, stasera non riesco a prendere sonno perché sono ancora emozionata per quello che ci è successo. Non ero preparata a fare l’amore con te.. Non l’avevo fatto mai con nessuno. Sono stata educata rigidamente ma oggi ho scoperto ,piacevole sorpresa, che l’istinto supera gli ostacoli culturali. Sei stato dolce e gentile. Ti ringrazio. Avevo paura di incontrare in te il maschio irruento dei racconti delle mie amiche. Invece mi hai fatto sentire sicura con la tua dolcezza. Ho superato, senza imbarazzo, le difficoltà, le remore, i dubbi che il mio pudore mi imponeva. Tutto mi è sembrato così naturale. Anche il dopo. Il tuo tenermi fra le braccia, i tuoi sussurri, i piccoli baci che mi davi per rassicurarmi, tutto ha spinto verso dite. Perciò quando lo abbiamo rifatto ho partecipato con la passione che l’ imbarazzo e il pudore della prima volta mi avevano impedito di esprimere. Capisco ora che quando si dice” Sarò tua per sempre” si è sincero come, presumo, sia stato sincero tu dicendomi “Ti amo più della mia vita”
Spero, desidero, voglio con tutto, il cuore che tutto ciò si avveri. In questo momento mi sento piena di te, del tuo amore, dei tuoi sguardi.
Ho capito dallo squillo che hai fatto sul telefono d casa (perché eri tu non è vero?) l’autore della telefonata silenziosa che ha infastidito e impaurito mamma, che anche tu stavi pensando quello che ho pensato io.
Sto preparando un importante esame di latino. Tu sai che ci tengo ad avere buoni voti per costruirmi un laurea brillante. Lo darò martedì prossimo. Vieni a prendermi in facoltà. Non portare fiori sennò le mie amiche mi prendono in giro. Ti amo, ti amo,ti amo e voglio stare con te. Spero che i miei si convincano. Che si convincano o no, a me basata sentirti mio e sapere che sono parte di te.
Sii felice con me
La tua Elena".