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Le 100 donne francesi che volevano difendere la libertà di rimorchiare

Scritto da Francesca Ciaramella Il . Inserito in Il Palazzo

CIARAMELLA1

«Lo stupro è un crimine. Ma il provarci, insistente o maldestro, non è un delitto, né la galanteria un’aggressione maschilista.»1 A meno di due mesi dall’inizio della guerra a tutti i Weinstein reali e plausibili una nuova sferzata colpisce violentemente ogni canale mediatico, mise en place2 di 100 donne, le artiste che hanno osato denunciare l’imponente dilagare nella società moderna della misandria: l’odio contro gli uomini.

La pubblicazione del documento, di cui ognuna delle firmatarie si è resa promulgatrice, non ha giovato al quotidiano francese Le Monde, prima vetrina del provocatorio documento; e continua a non giovare all’immagine di alcune tra le sottoscrittrici, celebri eroine dello spettacolo come nel caso dell’attrice e moglie del grande Mastroianni, Catherine Deneuve, e della letteratura definita dai più “libertina” come nel caso di Catherine Millet. Donne d’arte, donne libere e donne dello show business come quelle “sporcate” dall’ormai leggendario mostro di Hollywood, non accettano il clima di «caccia alla stregoneria» messo su negli ultimi tre mesi. Nelle intenzioni di queste discutibili eroine c’è un timore costante, quasi catastrofico, che immagina un futuro degenerato dove il parossistico femminismo avrà detto addio agli uomini. Ma non solo. Quello su cui insiste questo documento, abbozzato in effetti male e forse colpevole di aver pesato poco alcune libertà d’espressione, è soprattutto la necessità di non ridurre lo stesso spazio d’azione del “seduttore” (un termine che prendiamo in prestito con altrettanta libertà, forse anche questa poco ragionata, per individuare colui che approccia tentando di fare avances celate o meno). La zona grigia di cui le 100 firmatarie si fanno garanti e protettrici, è lo spazio permesso ad un uomo o a una donna per “rimorchiare” e “importunare” senza che venga lacerato il limite della decenza o l’equilibrio psicologico del “sedotto o sedotta”.

Tra le 100, tutte erano pronte a combattere le accuse che sarebbero seguite alla pubblicazione del manifesto o tribune: quelle di sciovinismo, maschilismo, misoginia e soprattutto quel pieno verdetto di colpevolezza per il forte incoraggiamento all’abuso e alla violenza da parte di grandi mostri, gli uomini. Molte delle sostenitrici della campagna femminista Me Too ideata da una delle vittime di Weinstein, e divenuta nel giro di poche settimane un fenomeno virale, si sono dette disgustate dall’ingerenza delle dichiarazioni della Deneuve e le altre 99 compagne. Quello che le rappresentanti social di Me Too non hanno colto nel documento tanto discusso, è stata l’assenza di commenti manifesti che intendessero appoggiare lo stupro o mancare di rispetto alle sue numerose vittime.

Non c’è nulla che vieti di credere in quello che queste donne hanno coraggiosamente difeso: le dichiarazioni discriminatrici nei confronti dell’uno o dell’altro sesso, vengono lasciate alle campagne mediatiche. L’autentico messaggio, evidentemente e da alcuni volutamente frainteso, è la difesa di ogni libertà personale, quella di ogni essere umano e di ogni classe

sociale o lavorativa di rimorchiare, senza per questo vedersi affibbiare la marca di “mostro”. Che ben venga la lotta all’abuso di potere che invade la sfera sessuale, che continui la caccia alla pedofilia denunciata da alcune mosche bianche di Hollywood, e che si riformi pure il sistema clientelare e omertoso su cui il cinema americano e forse anche quello d’oltralpe si appoggia; ma si smetta di utilizzare tutte queste atrocità per fare la guerra agli uomini e alla loro libertà di agire e di essere comunque vittime, e dell’affaire Kevin Spacey3 si porti drammaticamente memento.

 

1 Tratto dall’articolo del quotidiano francese Le Monde del 9 Settembre 2018, in cui si legge l’incipit della tribune: «Le viol est un crime. Mais la drague insistante ou maladroite n’est pas un délit, ni la galanterie une agression machiste.»
2 creazione
3 Si fa riferimento allo scandalo provocato dallo scoppio della bolla di silenzio che circondava il grande attore americano Kevin Spacey, oggi tra i principali indagati per abusi su minori e maggiorenni di sesso maschile.