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Un tentativo di analisi del decreto lavoro Giovannini

Scritto da Alessandro Mario Amoroso Il . Inserito in Il Palazzo

Una premessa per un’analisi – che vuole essere spudoratamente politica - del decreto Giovannini è d’obbligo: qualunque provvedimento di un Esecutivo fresco di insediamento merita il beneficio dell’attesa. Merita cioè di beneficiare della pazienza di un osservatore interessato, consapevole del fatto che un singolo decreto è assolutamente insufficiente a valutare le politiche governative in materia di lavoro e occupazione giovanile.
Dato che però interessati lo siamo, ma (meri) osservatori no, ci concediamo la trascurabile presunzione di abbozzare un giudizio sui passi avanti (o indietro) che si attendono dal recente intervento del d.l. 76/2013.
Tra le pecche (e si è capito qui qual è l’opinione complessiva dell’autore dell’articolo), il decreto Giovannini ha sicuramente di buono l’essere il primo intervento sull’occupazione di respiro europeo. Il Governo si è mostrato consapevole di dover operare in un mercato del lavoro oramai di dimensioni comunitarie, segnato dall’elevata mobilità dell’offerta di lavoro, e ha adottato quindi una politica del doppio binario: costruire all’interno le condizioni per poter accedere a una maggior quota di fondi europei, e nel contempo spingere per una progressiva armonizzazione delle politiche occupazionali all’interno dell’UE. Se dunque il decreto è stato una mossa urgente per partecipare al tavolo di Bruxelles con maggior potere contrattuale, non ci resta che attendere con ansia le prossime puntate della serie.
Le remore però rimangono, e derivano dal timore che interventi di tal fatta siano non solo del tutto inefficaci, ma addirittura controproducenti, rischiando di risolversi in un inutile sperpero di risorse. Le ragioni sono molteplici, a partire dalle dimensioni dello sforzo messo in campo: 1,5 mld di euro sono una cifra innegabilmente risibile per le dimensioni del nostro mercato del lavoro e per l’entità dei nostri problemi occupazionali.
Ma i dubbi più consistenti sono di altra natura, e riguardano la palese rinuncia a un intervento di riforma. Chi scrive è da sempre incoercibilmente convinto del fatto che i problemi strutturali vadano risolti con interventi strutturali: ovvero con riforme di sistema. Risulta davvero difficile credere che qualche incentivo e qualche sgravio siano in grado di creare occupazione se prima non si migliorano le condizioni del sistema economico italiano. E’ evidente che per farlo da una parte è necessario partire dallo sviluppo economico: pur potendo avvalersi di uno sgravio pari a un terzo della retribuzione, nessuna impresa piccola, media o grande che sia assumerà un lavoratore a tempo indeterminato se non ha commesse, se ha giacenze di magazzino per mesi e se non vede sicure prospettive di ripresa che incoraggino gli investimenti. Dall’altra è indispensabile realizzare la riforma del mercato del lavoro tante volte annunciata e mai attuata: serve per mettere i lavoratori in condizione di migliorare la propria offerta di lavoro e renderla più conveniente. Il che significa investire nella formazione (il cui peso è oggi interamente scaricato sul solo fondo FES). Significa investire nell’innovazione (e cioè tornare a finanziare la ricerca in un Paese che negli ultimi decenni si è interessato del sistema universitario solo per realizzare tagli, espatriando di fatti le sue migliori risorse intellettuali). Significa riconsiderare le tutele non per stralciarle ma per adeguarle a condizioni di lavoro, professioni e categorie di lavoratori fino a qualche anno fa nemmeno esistenti (primo fra tutti il lavoro parasubordinato). Significa soprattutto avere chiara in mente la politica fiscale che si vuole realizzare: essere cioè consapevoli che uno Stato oppresso dal debito pubblico (e perciò costretto a organizzare la spesa pubblica a condizioni di invarianza di gettito) non può ridurre le tasse sul lavoro e sull’impresa se nel frattempo elimina le imposte sui patrimoni.
Fare tutto ciò richiede una buona dose legittimazione e una linea politica definita. E se la prima è inevitabilmente carente in un Governo di larghe intese, l’assenza della seconda non può che essere imputata (per la parte che ci riguarda) alle colpe di un partito che nella ricerca della sua identità non ha ancora trovato il tempo per elaborare una politica del lavoro che sia nota e condivisa dai suoi elettori.
Un giudizio complessivo sul decreto Giovannini: un buon placebo. Le colpe: diffuse.