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Dignità, Onore, Passione & Desiderio: In Scena alla Galleria Toledo “Le Braci” di Sandor Màrai

Scritto da Francesco Verdosci Il . Inserito in Teatro

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Le braci, romanzo dello scrittore ungherese Sándor Márai, pubblicato nel 1942 ed edito in Italia da Adelphi è senza dubbio un vero e proprio capolavoro; uno tra i romanzi più letti ed amati forse di sempre; un affresco commovente e disarmante, sicuramente un grande classico della letteratura mondiale del tardo novecento, viene messo in scena in questi giorni, a Napoli alla Galleria Toledo, dal 16 al 25 febbraio 2018 per la regia e drammaturgia di Laura Angiulli.

Le Braci è ambientato nel 1940 in un castello alle pendici dei Monti Carpazi, tra Ungheria Bucovìna e Romanìa. In quella terra affascinante, lussureggiante e magicamente pericolosa che fu già teatro della letteratura gotica da Bram Stoker in poi, l’ungherese Sandor Marài ambienta ciò che essenzialmente è il centro nevralgico del racconto ovvero il rapporto tra i protagonisti Henrik e Konrad, veri e propri personaggi archetipici degli ideali e dei rapporti umani caratteristici dell’Ottocento, tutti fatti d’onore e rispetto, dolore e dedizione, codardia ed amor di patria, passione e dignità, orgoglio e pregiudizio, amore ed odio e tutto all’estremo.

La storia altro non è che il racconto d’un triangolo amoroso tipico della letteratura dell’Ottocento e primi del Novecento: Henrik e Konrad sono amici inseparabili, si potrebbe dire quasi simbionti, dediti e fedeli l’uno all’altro, strettamente legati da una profonda amicizia nel periodo immediatamente successivo alla Prima Guerra Mondiale che si incontrano/scontrano per l’amore della stessa donna, Krisztina moglie di Henrik.

L’excursus teatrale - magnificamente adattato dal napoletano Fulvio Calise e con le splendide scenografie di Rosario Squillace - non fa altro che seguire la traccia delle meravigliose pagine dell’ungherese Sandor Marài che, essenzialmente, parla al lettore/spettatore del concetto della memoria; quella memoria che arde corpo ed anima, che brucia i sentimenti ed i rapporti, che spazza via ogni cosa finché di noi non restano altro che tiepide braci.

Parte da qui l’immensamente complesso gioco narrativo – magicamente riprodotto in scena dalla drammaturgia di Laura Angiulli che delicatamente e coraggiosamente dirige lo spettacolare e struggente confronto tra due giganteschi attori quali Renato Carpentieri e Stefano Jotti – degli abissi profondi dell’animo umano, dei sentimenti intensi, dei litigi quasi mortali e degli altrettanto fatali tradimenti, dei desideri nascosti o svelati finché non si giunge al punto di svolta in cui Henrik non riesce a perdonare la moglie (e chissà se poi col tempo riuscirà a perdonare se stesso per questo) e Konrad fugge via verso i tropici, spinto forse dal desiderio sia di dimenticare sia di sistemare in tal maniera il rapporto col suo grande amico, per poi ritornare ed incontrare Henrik ben 41 anni dopo senza sapere che la fuga di tanti anni prima aveva irrimediabilmente distrutto tutto e tutti “perché così è l’uomo: non vuole soltanto vivere ma persevera nel voler conoscere fino in fondo il proprio destino, a costo di esporsi al pericolo ed alla distruzione.

Buona Visione e Buona Lettura.