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Abbiamo bisogno di un nuovo pensiero riformista

Scritto da Mario Bianchi Il . Inserito in Vac 'e Press

nuovo pensiero riformista

l 4 marzo sarà ricordata come una data significativa paragonabile, per importanza e conseguenze, a quella del 18 aprile del 1948. In queste due date si sono svolte elezioni che hanno segnato un passaggio di epoca e indicato una scelta di campo. Finisce l’esperienza pseudo maggioritaria della seconda repubblica, nella quale l’elettorato indicava nelle grandi linee, da un lato una forza in grado numericamente di governare, rappresentata da coalizioni più o meno omogenee, e dall’altra una o più forze destinate all’opposizione.

Con il referendum del 4 dicembre del 2016, il popolo italiano ha respinto l’ipotesi di riforma costituzionale che di fatto avrebbe consegnato l’Italia a un sistema maggioritario di democrazia governante in cui si sarebbe votato e scelto chi avrebbe dovuto governare. Si è scelto invece di tornare a un sistema parlamentare quasi puro, dove si delega il parlamento a definire possibili coalizioni di governo. Quasi, dicevo, perché il sistema elettorale ancora sembra dare spazio a coalizioni che di fatto però potrebbero sciogliersi per determinarne altre. Così potrebbe accadere oggi e così sembrava potesse accadere nella previsione di molti, se FI fosse risultata il primo partito all’interno della coalizione di Centrodestra e se il PD non fosse sceso sotto la soglia del 20 per cento. Ma non è andata così e dunque tutti se ne facciano una ragione.

Oggi dunque i risultati ci hanno consegnato:

- un Salvini che vuole portare a casa la vittoria e governare guidando la coalizione del centro destra, caratterizzandola con tratti populisti e di destra e non abbandonando la difesa degli interessi del nord.

- i 5 stelle che essendo il primo partito, per voti e seggi, è sempre meno movimento, e intende comprensibilmente giocarsi il consenso ottenuto per portare avanti la sua politica di cambiamento, caratterizzata da proposte di sinistra con qualche variazione di destra. Un insieme apparentemente strano.

- Infine il Pd, forza politica nata per arginare e superare il declino della socialdemocrazia, che ha sonoramente perso, qui però mi sembra giusto asserire quanto semplicistico sia darne la colpa solo a Renzi, che sicuramente ne ha, data la portata della sconfitta sia del PD come di LeU e liste minori, è evidente che con o senza il fiorentino la sinistra avrebbe segnato comunque il passo.

La sconfitta invece trova le sue cause nelle categorie di analisi proprie del riformismo liberale e sociale, ormai del tutto inadeguate a comprendere la realtà perché ancorate a una società che non esiste più.

Fatta la premessa, provo ad argomentare avventurandomi lungo considerazioni che si scontreranno non poco con il risentimento post-elettorale di molti. In una democrazia parlamentare e ancor più nella situazione di fatto venutasi a creare nel parlamento italiano, tutte le forze sono chiamate a fare la propria parte per dare un governo al Paese. A meno che non si voglia praticare la strada del non governo, cosa già verificatasi in Belgio e in Spagna.

In Parlamento dunque abbiamo:

- da un lato Salvini che rivendica la propria leadership, ma sa bene che le attuali forze che lo sosterrebbero non sono sufficienti, e dunque dovrebbe essere in grado di convincere singoli parlamentari a votare il suo governo per fargli raggiungere il numero necessario a divenire maggioranza in parlamento,

- dall’altro i 5 stelle che allo stesso modo necessitano di ulteriori voti,

- in tutt’altra situazione il PD che da solo non può far nulla, ma potrebbe decidere di appoggiare gli uni o gli altri, la debolezza diventa così forza a patto che venga usata con determinazione, oculatezza e realismo.

Il PD, conservando le sue precipue coordinate riformiste, può e per certi aspetti deve, pena la sua estinzione, accogliere la richiesta dei 5 stelle e aprirsi al confronto puntando se necessario ad appoggiare il governo dall’esterno a patto che questo tenga conto di alcune fondamentali sue opzioni: Europa, Meridione, Diritti civili, economia di mercato.

A partire da queste e rivendicando la possibilità di esprimere il proprio gradimento sulla scelta dei ministri, potrà dare la fiducia e fungere da salvaguardia per l’elettorato che gli ha chiesto di rappresentarlo.

Dire a priori che non si è disponibili a praticare alcun confronto per dare un governo al paese non è atteggiamento di una forza riformista e di sinistra che si misura con i rapporti di forza creatisi in Parlamento. Questo condanna il PD alla irrilevanza politica e verrebbe percepito come un arrocco dall’elettorato che finirebbe, in caso di conseguenti nuove elezioni, a penalizzarlo ulteriormente. Ma queste elezioni ci dicono anche altre cose importanti, il debito pubblico ha rinsecchito le sorgenti del voto di scambio, quello nobile (Difesa dei territori e delle classi disagiate) e quello meno (frittura di pesce), tant’è che il sud abbandona i padrini e si consegna nelle mani di sconosciuti candidati cinque stelle.

Ma soprattutto va considerato che questo voto non nasce dal nulla o dalla semplice rabbia, che pure c’è, ma è la conseguenza della realtà sociale in cui viviamo che è totalmente altra rispetto a quella del secolo scorso: differenti sono i modi di produzione , maggiore il peso della finanza, diversi i modi di informare e partecipare, nuova la domanda formativa ed educativa, cambiata la delinquenza organizzata profondamente lontana da quella del giorno della civetta, mutato il fenomeno emigrazione mai presentatosi in forme così complesse per quantità e caratteristiche.

Tutto ciò rende per la sinistra superata la risposta Blairiana così come quella laburista classica, dobbiamo pensare altro. Dunque il PD non ha bisogno di semplici primarie per eleggere un segretario ma ha bisogno di formulare un pensiero democratico nuovo. Non ci servono Orlando e Renzi o quant’altro, ci serve un pensiero nuovo.

In una società con una forte presenza di popolazione anziana, una società sempre più robotizzata, dove diminuisce il lavoro, una società in cui la comunicazione viaggia a velocità iperbolica, i 5 stelle siamo sicuri rappresentino una risposta populista o non forse una nuova proposta riformista se pur in forma larvale? Poniamoci ad esempio una domanda, che qualcuno ha già posto: in un mondo dove la piena occupazione sarà sempre più lontana, dove i tempi di lavoro si ridurranno, è così scandalosa l’ipotesi del reddito di cittadinanza? ne siamo proprio sicuri? il PD non può ripensare quella proposta?

Ecco e concludo, il PD deve raccogliere la sfida, essere disponibile a trovare una strada per la formazione di un governo e stimolare l’elaborazione di un pensiero riformista moderno, l’Italia e l’Europa ne hanno bisogno. Se non vengono fuori nuove idee e nuove forze, intendo uomini in carne ed ossa, questo sarà difficile anzi, se guardo a questo PD, quasi impossibile, ma l’alternativa sarebbe la sua estinzione.