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L’imprenditoria al sud riparte dando la giusta fiducia ai giovani. L’intervista a Pietro De Maio

Scritto da Elisabetta Di Fraia Il . Inserito in Il Palazzo

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“Il modello di imprenditoria virtuoso non esiste, esistono le idee brillanti che noi tutti, giovani e non, abbiamo il dovere ed anche il piacere di sostenere ed alimentare“, è fermamente convinto di questo Pietro De Maio, giovane napoletano di 30 anni con una laurea in giurisprudenza in tasca e un passato da presidente della squadra di calcio del quartiere Chiaja. Alla carriera tradizionale di avvocato, Pietro ha preferito percorrere una strada meno ovvia e per questo più rischiosa: quella dell’imprenditoria.

Conclusa la pratica legale, con esperienze nel settore contrattualistico / sportivo, diventa imprenditore nel settore delle procure sportive, decidendo di mettersi in gioco Nasce la società 23bdc.

Di cosa si occupa la tua società 23bdc?
La 23 B.d.c. si occupa di management di giovani calciatori, affiancandoli e sostenendoli nella loro crescita sportiva. La società si preoccupa di offrire un supporto a 360 gradi a calciatori del nostro territorio al fine di fornirgli le opportunità che molte volte, per fattori ambientali, sociali e familiari, possono essere precluse o negate.

Perché hai deciso di creare una tua società?
Pur essendo molto giovane, ho potuto osservare da vicino le dinamiche di un calcio che allo stato attuale è affetto da una grave malattia : risponde solo agli ordini del Dio denaro. Pertanto, con i miei soci, abbiamo ritenuto di volerci affermare ed imporre in tale mercato portando avanti i nostri valori e le nostre nuove idee. Non sempre è facile cercare di farlo in un mondo che è gestito da “dinosauri” e basato su baronie quasi ereditarie ma cerchiamo, giorno dopo giorno, ugualmente di farci spazio con determinazione.

Quali sono le difficoltà che un giovane imprenditore incontra quando decide di investire al sud Italia?
La prima difficoltà che mi viene in mente è sicuramente il reperimento di risorse per lanciare nuove idee e, quindi, l’accesso al credito che molte volte viene precluso o concesso solo dopo la presentazione di numerose (ed onerose) garanzie. In un paese come il nostro in cui la genialità e l’iniziativa sono sempre state da traino per l’economia è auspicabile che ci sia maggiore attenzione per far sì che idee brillanti possano avere il giusto riconoscimento. La seconda difficoltà riguarda proprio noi giovani da vicino, ed è la diffidenza che molte volte impedisce che ci venga riconosciuta la giusta fiducia. Intendo dire che spesso solo poiché un’attività imprenditoriale viene portata avanti da un under 30 (a volte anche under 35) si ha l’idea di poca serietà o di improvvisazione, non è così. Rimanendo, quindi, nell’ambito del credito si potrebbe dire che manca quella fiducia o appunto quel credito morale che spesse volte è necessario perché un’attività decolli.

Secondo te , quali sono i provvedimenti che il governo nazionale dovrebbe adottare per facilitare lo sviluppo di nuove imprese al sud Italia?
Sicuramente delle economie di sostegno per la giovane imprenditoria che possa essere realmente di aiuto. L’avverbio realmente non è usato a caso, perché spesso dietro forme societarie composte da giovani si nascondono “vecchi” imprenditori che usano questi stratagemmi per arrivare a percepire indebiti aiuti o sostegni. Inoltre, rimangono troppo escludenti talune forme di partecipazioni di tali provvedimenti dal momento che vengono richiesti requisiti di accesso troppo selettivi o, comunque, non includenti giovani che sono ad una prima esperienza nel mondo del lavoro. Inoltre, punterei maggiormente a forme di sostegno che tutelino in primis il turismo, l’enogastronomia e l’artigianato. O anche, come fatto in Calabria, il ritorno a forme di microeconomia agricola che in passato sono state la colonna portante economica del nostro paese

Quali sono le differenze rispetto agli altri paesi? E quali i modelli di imprenditoria più virtuosi da importare in Italia?
Le differenze sono, purtroppo, ancora notevoli ed a sfavore del nostro paese. Personalmente mi è capitato di ascoltare sempre con maggiore frequenza di nostri connazionali che, dopo la necessaria gavetta, sono riusciti ad assumere ruoli di rilievo sempre maggiore all’estero o a lanciare proprie forme di imprenditoria in autonomia e con grossi risultati. Fortunatamente all’estero la nostra capacità di essere riusciti ad affrontare le difficoltà della vita ha fatto sì che noi italiani, ma in particolar modo i giovani del sud, vengano visti non con diffidenza come un tempo, ma di buon occhio per le nostre capacità di problem solving. Io non credo alla favola dell’italiano “mammone” che rimane a casa fino ai 40 anni per comodità. Piuttosto chiediamoci: se il mammone avesse le opportunità e le risorse (come accade agli under 30 all’estero) siamo proprio sicuri che sceglierebbe di rimanere a casa con la madre? Io non penso. Circa i modelli più virtuosi penso soprattutto agli Stati Uniti dove le più grosse compagnie del mondo a volte sono nate in un garage o in uno scantinato, con sacrifici e sudore, ma poi supportate da un’economia che sotto questo punto di vista è premiale ed ha saputo sostenerle. Ma l’America, si sa, è un po' il luogo dove i sogni prendono forma. Oppure penso anche alle varie forme di crowdfunding che hanno permesso a tante altre imprese di essere avviate con una forma di riconoscimento anche per i primi investitori. Insomma, in parole povere, il modello di imprenditoria virtuoso non esiste, esistono le idee brillanti che noi tutti, giovani e non, abbiamo il dovere ed anche il piacere di sostenere ed alimentare.