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Osvaldo Cammarota: "Su Bagnoli la politica continua a promettere un futuro magnifico mentre il presente è invivibile"

Scritto da Andrea Esposito Il . Inserito in Il Palazzo

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Torna su QdN il filone di inchieste che tendono a capire che cosa si può fare per sbloccare il futuro di Bagnoli. Ospite di questa settimana è Osvaldo Cammarota.

Dalla dismissione del 1993 la “Quesione Italsider” e i piani di rilancio annessi sono sempre stati nelle mani di esponenti di correnti politiche di sinistra. Cosa ha impedito secondo lei il buon esito dei lavori?
La “Questione Italsider” è l’epifenomeno del fallimento del sistema pubblico e, in esso, della scarsa cultura e capacità di governo dimostrata della sinistra nell’intero Mezzogiorno. L’Italsider è stata chiusa per vicende che ben conosciamo. Da allora questo territorio è stato teatro di conflitto tra livelli istituzionali che hanno brandito pretese di dominio sul suo destino. Anche nei brevi periodi in cui la filiera istituzionale era interamente governata dalla “sinistra”, più che pensare alle nuove opportunità di utilizzo di questo territorio, abbiamo assistito a manifestazioni di “individualismo proprietario” da parte di singole istituzioni di governo (una triste storia che agita ancora i protagonisti dei giorni nostri!). Ciascuna di queste parti ha ignorato i veri nodi che, fatalmente, sono venuti al pettine: la proprietà dei suoli e l’alto grado di complessità da affrontare in un contesto ad alto valore simbolico e densamente urbanizzato.

Secondo lei è giusto affermare che una politica di “contraria al Privato” è stata deleteria in ottica Bagnoli? L’idea di affidare tutto al “Pubblico” secondo lei è utopica?
Più che utopica è un’idea anacronistica, fragile e anche vacuamente pretenziosa. Siamo da tempo nelle dinamiche globali dell’economia di mercato; la finanza pubblica è al collasso. Ignorare questa realtà è parte delle inadeguatezze culturali della “sinistra” a cui ho accennavo. L’economia moderna (post-fordista e democratica) si regge sulla libertà d’impresa, persino individuale. Il “sistema pubblico” deve creare le condizioni di contesto entro cui l’impresa possa nascere, crescere, svilupparsi e andare nel mondo. Ovviamente, da uomo di sinistra, ritengo che si debba tendere allo sviluppo inclusivo, cioè sostenibile sul piano ambientale, sociale, economico e produttivo. So che si può fare. Ho dedicato 25 anni di studio e di lavoro per sperimentare questa opportunità; l’Unione Europea ci ha dato un metodo, ma stentiamo ad acquisirlo nell’agire ordinario del sistema pubblico nazionale e, ancor meno, nelle culture operative di una moderna sinistra di governo (non solo nel Sud a mio parere). Ci sono casi in cui l’iniziativa privata mostra una sensibilità sociale superiore alle tutele che il sistema pubblico riesce a dare. Nel nostro territorio, ad esempio, considero di altissima valenza l’esperienza di Città della Scienza; lo considero un tentativo evoluto di economia sociale di mercato, ma, guarda caso, anche questa esperienza si dibatte nella crisi di un nodo irrisolto: come creare forme più evolute di rapporto tra “pubblico” e “privato”. Un altro esempio è il Circolo ILVA di Bagnoli. Anche in questo caso vedo idee confuse sul come tutelare, innovare e assicurare i benefici che questo “capitale sociale” riverbera (ancora) sul territorio.

Il recente commissariamento attuato dal governo Renzi, la nascita della figura del commissario affidata a Nastasi e il coinvolgimento di Invitalia, secondo lei è stata un’azione di declassamento nei confronti del comune oppure un’azione dovuta dopo 20 anni di risultati latitanti?
Il Commissariamento è stato uno “schiaffo” che la sinistra ha dato a sé stessa. L’eccessiva personalizzazione lo ha reso insostenibile, per chi lo ha dato e per chi lo ha ricevuto. Mi limito ad osservare che, mentre i protagonisti della contesa esercitano uno stile da “proprietari privati” delle istituzioni pubbliche che dovrebbero governare, lo “schiaffo” brucia sulla pelle del territorio, delle comunità residenti e dell’economia regionale. Dopo queste considerazioni che possono sembrare un po’ “olistiche”, voglio dire che probabilmente serviva una misura che ricordasse a tutti il principio di unitarietà dello Stato. Non so se nello scenario attuale questa soluzione potrà servire. Spero solo che la si smetta di “prendersi a schiaffi”, che si apra una stagione di responsabilità, di vero dialogo istituzionale e sociale. Solo questo può far crescere la consapevolezza sui nodi e sui problemi ai quali accennavo all’inizio di questa conversazione.

Giuseppe Balzamo la settimana scorsa ha dichiarato quanto segue: “Nel 2006 l’errore più grave è stato commesso dal Comune di Napoli, quando non è stato scelto un luogo di stoccagio adatto per il materiale oggetto di bonifica”. Può dirci la sua opinione a riguardo?
Mi sembra che questo sia un dettaglio, certo non trascurabile, ma riconducibile alla approssimazione e alla superficialità con cui si è proceduto ad attuare interventi non adeguatamente sostenuti da preventive valutazioni di sostenibilità (finanziaria, ambientale, procedurale, sociale ed economica). Questa, purtroppo, è anche la storia di altre costose opere realizzate, che non hanno prodotto i risultati attesi e sono lì a testimoniare il fallimento delle politiche sin ora attuate. La Municipalità avrebbe dovuto e potuto svolgere una funzione più utile. Piuttosto che gestire “briciole di potere” le Municipalità devono rappresentare meglio le istanze di sostenibilità sociale degli interventi pubblici sovralocali. Anche su questo abbiamo ancora le idee confuse, nonostante siamo in minoranza (o “all’opposizione”, come si preferisce).

Come vede il “Patto di Bonifica” firmato la scorsa estate? Può essere la volta giusta per il rilancio di un intero quartiere?
Ho salutato con viva soddisfazione questo risultato conseguito con la capacità di dialogo istituzionale di cui è stato artefice il Governo Gentiloni. Tuttavia, ad un’attenta lettura del documento, è facile capire che si tratta di una “tregua armata” e insoddisfacente nei contenuti. Dal mio punto di vista sono sottovalutate le “resilienze” che il territorio (bene o male) è riuscito ad esprimere in questi lunghi anni di abbandono. Dai piani alti dei palazzi politici (S. Giacomo, S. Lucia e Chigi) si continua a promettere un futuro tanto magnifico quanto improbabile; nel frattempo il presente è invivibile in questo territorio, e ciò rende ancor più incredibili le promesse.

Come si esce da questa situazione?
Spero che si vogliano affrontare con responsabilità e consapevolezza i “nodi” venuti al pettine, ben evidenziati dalla sentenza del Consiglio di Stato del 23/5/2017 e dalla sostanziale paralisi in cui ci si trova attualmente. Il processo in corso ha messo in luce il malfunzionamento del sistema pubblico, ben oltre l’inutile e strumentale “caccia alle streghe” che si è scatenata. Credo che si debba ripartire da un’analisi aggiornata di questo territorio e sulle trasformazioni avvenute nelle sue comunità; serve costruire una “visione del futuro possibile”, più ampiamente condivisa, nella filiera istituzionale e nel tessuto della società locale. Occorre, poi, una Strategia di attuazione che cominci a realizzare gli interventi più immediatamente cantierabili. Può sembrare una strada lunga, ma non lo è. Più lunga e incerta sarebbe la strada dei conflitti inconcludenti, li abbiamo alle nostre spalle e sono “nubi” sull’orizzonte di questo territorio che è tra i più belli e improduttivi del mondo.Non credo in scorciatoie dirigistico-semplificative. Per chiunque abbia –o voglia esprimere- responsabilità di governo, la sfida è governare la complessità. In alternativa c’è il “modello Pol Pot”, ma non mi pare che coniughi bene Democrazia e Sviluppo.