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Perchè rilanciare lo sviluppo promosso dal basso

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Il Palazzo

cammarota sviluppo

Il problema lo pone Osvaldo Cammarota in un lucido intervento pubblicato da Infiniti mondi, la rivista bimestrale di discussione della sinistra, nata a Salerno e diretta da Massimiliano Amato e Gianfranco Nappi.
Cammarota è stato tra i protagonisti dell'esperienza più significativa di sviluppo dal basso, quella che faceva leva sui Patti territoriali negli anni successivi alla chiusura della Cassa per il Mezzogiorno. Allora si cercò di imboccare una nuova strada, diversa dalla strategia esclusiva di sviluppo dall'alto, affidato cioè a un organismo centrale, fosse un ministero per il Sud oppure una tecnostruttura tipo riedizione della Cassa per il Mezzogiorno.

Negli anni dal 1993 al 1997 fiorirono diversi esperimenti di rianimazione dell'economia del Mezzogiorno a partire dalla periferia, cioè, come si disse allora, dal basso. Furono stipulati i Patti territoriali, che erano accordi tra amministrazioni locali, specie i Comuni, e i rappresentanti delle forze produttive locali (sindacati dei lavoratori, associazioni d'imprese, coalizioni d'interessi sociali), accordi con i quali furono disegnati percorsi di sviluppo condivisi su ampia scala e che portavano all'assegnazione di risorse gestite dalle autorità nazionali e internazionali (i ministeri e l'Unione europea). Parallelamente avanzava la cosiddetta rivoluzione dei sindaci che conferiva nuovi poteri di rappresentanza ai municipi partendo dall'elezione diretta del candidato sindaco il quale diventò l'espressione tangibile e operativa della volontà popolare.

Secondo Cammarota la strategia di sviluppo che si affermò venticinque anni fa, appunto lo sviluppo dal basso, aveva il pregio della partecipazione dei cittadini alla scelta degli obiettivi, quindi la condivisione e la selezione degli strumenti più adatti per centrare gli obiettivi. Lo sviluppo in quella lontana e breve stagione della politica per il Mezzogiorno poteva affermarsi insieme con la maturazione della coscienza civica delle popolazioni interessate.

Cos'è cambiato negli anni più recenti? Lo sviluppo dal basso ha raggiunto traguardi apprezzabili specie nelle politiche del lavoro ma è stato poi progressivamente abbandonato a favore del ritorno a strategie di sviluppo elaborate al centro, calate dall'alto, scarsamente partecipate dai cittadini singoli e associati e perciò soggette all'influenza di gruppi di pressione, talvolta autentiche corporazioni ad esempio di urbanisti, economisti, sociologi.

Il saggio di Osvaldo Cammarota sollecita una riflessione su perchè ciò sia accaduto. Qui voglio abbozzare alcune risposte, non compiute e non chiuse ad altre spiegazioni.

Le politiche di promozione dello sviluppo economico e di diffusione del benessere ad ampi strati della nostra società sono state soggette, specie in Paesi come l'Italia e in particolare nel Mezzogiorno, all'influenza di nuove forze che sono apparse intanto sulla scena nell'ultimo quarto di secolo.

Le passo in rassegna rapidamente avvertendo che un esame soddisfacente richiedebbe spazio e analisi più ampi. Mi soffermo su tre grandi trasformazioni avvenute nell'arena internazionale nei decenni passati. La prima è la maggiore interdipendenza tra i sistemi economici sparsi nel pianeta, il fenomeno che va sotto l'etichetta della globalizzazione. Abbiamo assistito in questi anni ad una rivoluzione che ha inserito paesi poveri, prevalentemente agricoli e al più dotati di un'industria manifatturiera nascente, in un circuito di scambi internazionali e di trasferimento delle capacità produttive nei settori ad alta tecnologia dai Paesi ricchi ai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Le economie dell'Asia, dell'America Latina, dell'Africa hanno attratto investimenti esteri di imprese che decentravano i loro centri di produzione dall'Europa occidentale e dall'area d'influenza degli Stati Uniti (incluso il Canada), li decentravano in territori prevalentemente agricoli. L'impatto è stato traumatico sulla divisione del lavoro tra ricchi e poveri del pianeta: si sono avute la desertificazione di economie dell'Occidente, un tempo pienamente industrializzate; lo sviluppo di produzioni a basso costo nei Paesi già sottosviluppati sia per l'ampia disponibilità di lavoro sia per le innovazioni tumultuose nell'industria delle comunicazioni a distanza. Lo sviluppo è stato guidato dall'alto, dai centri di decisione delle imprese multinazionali coadiuvate dai governi di origine. La partecipazione delle popolazioni beneficiare della nuova ricchezza è stata in prevalenza passiva, i gruppi sociali emergenti nei Paesi già agricoli sono stati progressivamente plasmati all'estero nelle Università e nei centri di ricerca delle multinazionali.

Il controllo delle risorse si è spostato su scala internazionale dai poteri del grande capitale industriale a una nuova aristocrazia di plutocrati, di gestori delle risorse finanziarie (banche, intermediari, fondi d'investimento). Sono aumentati i rischi d'instabilità, i pericoli d'insolvenza a catena. Si è ridotto in alcune fasi del ciclo economico l'orizzonte temporale degli operatori di mercato. I guadagni immediati della speculazione finanziaria così hanno spodestato il profitto industriale a lungo termine.

La distribuzione delle risorse economiche tra lavoratori, imprenditori e finanzieri è diventata più disuguale. E' aumentato il rischio di ulteriore emarginazione dei gruppi sociali più deboli.

La seconda trasformazione avvenuta negli anni più recenti è la rivoluzione tecnologica che va sotto il nome di digitalizzazione, cioè il linguaggio digitale (zero,uno) che dai computer si è propagato alle comunicazioni a distanza ed ha invaso l'industria, specie la manifattura, con la diffusione dei robot, di stampanti a tre dimensioni, con mezzi di produzione che sostituiscono massicciamente il lavoro vivo. L'industria digitalizzata oggi espelle dalle fabbriche più manodopera di quanta può essere occupata nelle fabbriche e negli uffici che impiegano la nuova tecnologia d'avanguardia.

La terza spinta al cambiamento dei rapporti sociali in Paesi come l'Italia, viene dalla crisi della rappresentanza elettiva, della democrazia tradizionale. Sindacati, movimenti di massa, partiti politici organizzati stentano a cambiare parole d'ordine, cultura, organizzazione. Perciò sono sempre più assediati da movimenti populisti che predicano e praticano (ovvero ci provano) forme di rappresentanza diretta degli interessi della popolazione. L'aggregazione dei cittadini avviene su finalità elementari che accomunano le classi sociali. Gli obiettivi tendenzialmente unificanti e di lungo termine (come le politiche attive del lavoro) sono collocati in secondo piano.

Insomma le aspirazioni, i sogni che nutrimmo alcuni di noi un quarto di secolo fa, i sogni di istituzioni elettive capaci di produrre benessere diffuso e sviluppo economico socialmente equilibrato, rischiano di essere etichettate con la parola nostalgia. Chi tra noi come Osvaldo Cammarota a quei sogni ha creduto e per realizzarli ha impiegato tempo, lavoro, passione civile, faticherà a veder realizzato nei prossimi tempi molti di questi sogni.

Restano tuttavia alcuni lasciti vitali dell'esperienza di sviluppo dal basso. Il lascito socialmente più importante è la partecipazione della popolazione, il coinvolgimento dei cittadini singoli oppure associati in progetti di crescita economica condivisi, la cooperazione tra i cittadini che è il collante degli sforzi individuali.

L'altro lascito dell'approccio di sviluppo dal basso è il successo dei prodotti tipici, non riproducibili, che si fanno strada nei grandi mercati accanto e talora con maggiore successo rispetto ai prodotti standardizzati, che invece sono riproducibili con tecniche diffuse facilmente in ogni luogo del mondo. I prodotti tipici di un paese incorporano infatti cultura e tradizione sedimentate nel tempo, che concorrono all'identità di un popolo. I casi estremi sono le opere d'arte, una pittura, una scultura, una pagina di ideogrammi orientali dipinti a mano. Ma assai più comuni sono gli alimenti creati dalla tradizione locale, ad esempio la cosiddetta dieta mediterranea praticata in Campania, nel Cilento, che aiuta la popolazione a vivere bene e a lungo.

Gli operatori dello sviluppo dal basso, come Osvaldo Cammarota, hanno legato la loro missione civile a questi lasciti durevoli. Essi perciò non sono nostalgici del bel tempo che fu ed è scomparso. Hanno proiettato la loro opera in risultati durevoli, permanenti ancora ai nostri giorni.

Mariano D'Antonio, economista