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La Pasqua in Lettonia vissuta da una napoletana

Scritto da Antonietta Bombardelli Il . Inserito in Linea di Confine

lettonia

Grazie al Servizio Volontario Europeo che sto svolgendo, in questi giorni ho avuto modo di vedere com’è celebrata la Pasqua in Lettonia. Non è una festa molto sentita, non, almeno, come il Natale, il quale è aspettato con ansia tutto l’anno e festeggiato con la famiglia.
La Pasqua lettone è una festività molto “calma” e, almeno nella famiglia dove io sono ospite, la famiglia non si è riunita tutta insieme, ma sono venuti alcuni ospiti e hanno pranzato, non saprei quanti piatti, perché non mangio mai con loro, ma anche la fidanzata lettone del mio mentore, rumeno, mi ha detto che non hanno un cibo tipico per la Pasqua. Non hanno neanche dolci tipici, come da noi le uova di cioccolato, pastiere e colombe (ovviamente, non siamo in Italia), ma dipingono le uova in un modo particolare, immergendo le uova in un liquido, poi applicando dei fiori o delle foglie e semini intorno all’uovo, infine lo avvolgono con della stoffa bianca (ma credo possa essere di qualsiasi altro colore, infine legano il tutto con uno spago di cotone. Le uova vengono poi bollite in una mistura di cipolle, e una volta pronte, lo spago, la stoffa e le decorazioni vengono rimosse e l’uovo avrà impressa la decorazione, secondo il metodo batik indonesiano. Ho avuto modo di osservare questa tecnica mercoledì scorso all’asilo dove lavoro, presso il Centro Giovani Naminc. Quando ho detto ad alcuni genitori che erano venuti ad osservare le attività, che in Italia non dipingiamo le uova, ma che abbiamo le uova di cioccolato, sono rimasti letteralmente scioccati.

Inoltre, la mia coinquilina ucraina, Tania, che lavora anche lei come volontaria in un altro Centro Giovani, che si occupa però di adolescenti, ha mostrato ai bambini di Naminc come si colorano le uova con l’arte della Pysanka, l’arte ucraina di colorare le uova, decisamente più complicata del metodo lettone (l’uovo dev’essere prima svuotato incidendo due buchi paralleli nel guscio, poi si soffia aria con una cannuccia per far fuoriuscire il liquido nell’altro foro, poi l’uovo verrà cosparso di cera e immerso tante volte in un liquido, un processo che richiede molto tempo e che era compito femminile fino a poco tempo fa. Il motivo per cui i lettoni non hanno così tante tradizioni legate esclusivamente alla Pasqua è perché prima, nei tempi pagani, si celebrava l’equinozio di primavera, il 22 di Marzo, una festa che venne associata alla Pasqua quando il cristianesimo si diffuse nel Paese. Se osserviamo anche la parola usata per indicare la Pasqua in lettone, “Lieldienas”, ci accorgiamo che è un composto di parole: “Liels”, grande, e “dienas” giorni, che sta ad indicare l’allungarsi delle giornate. Durante il periodo pagano, l’equinozio era festeggiato per tre o quattro giorni con canti e balli, e una tradizione di quel tempo dura ancora oggi, per tutto il periodo di Pasqua: i lettoni usano dondolarsi su altalene di legno: dicono che, facendo così, si tengono lontane le zanzare per tutta l’estate. Inoltre, più in alto si va sull’altalena, più a lungo dureranno le ore di luce in una giornata. Quindi, la Pasqua è una festa semplice e non sentita come da noi, più legata a tradizioni pagane, ma non per questo meno interessante.

Il Servizio Volontario Europeo è un programma di volontariato europeo che dura dai 3 mesi a un anno e può concentrarsi su qualunque ambito lavorativo, ma che si svolge quasi esclusivamente in Paesi poveri d’Europa, dove c’è bisogno di aiutare fasce deboli, migranti, anziani e bambini, in cambio di un rimborso spese, alloggio e a volte vitto. Il mio progetto dura un anno, e si concentra sull’ambito educativo, infatti lavoro per uno Youth Center, Centro Giovani, a Sigulda, in un ente chiamato Naminc, un piccolo centro dove i bambini vanno dalle 13:00 alle 18:00 dopo la scuola, per fare i loro compiti e passare un po’ di tempo. La mia associazione in Lettonia si chiama “Siguldas Alternatīvā izglītība” e si occupa anche di alcuni volontari che lavorano in un asilo e in un centro disabili e la mia associazione di invio in Italia, a Napoli, si chiama “Salam House”.