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Dalla Cassazione arriva la censura della prassi dei “contratti a termine reiterati”

Scritto da Andrea Amiranda Il . Inserito in Il Palazzo

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È prassi ormai diffusa quella dei datori di lavoro che stipulano con i propri lavoratori una lunga serie di contratti (a termine e di somministrazione) per poi risolvere il rapporto di lavoro. Questa usanza, tuttavia, da oggi potrebbe essere finalmente giunta al termine grazie ad un chiarimento proveniente dalla Corte di Cassazione.

Si fa riferimento all’ordinanza n. 7702/2018, con la quale la Suprema Corte ha inteso richiamare una sentenza resa dalla Corte d’Appello di Ancona che, nel confermare la sentenza di primo grado, aveva respinto l’eccezione di risoluzione del rapporto di lavoro tra datore e prestatore, dichiarando che il primo contratto a termine, stipulato per fronteggiare l’incremento di attività conseguente a esigenze di mercato e per la sostituzione di personale assente, era nullo.

I (troppi) contratti a termine. Tale contratto, siglato il 6 maggio 2002, era stato seguito da ben tredici (!) contratti a termine e da ulteriori sette contratti di somministrazione. Tuttavia, a seguito della condanna in secondo grado, la società era stata costretta a riammettere la lavoratrice in servizio e a corrisponderle un’indennità pari a 12 mensilità della retribuzione globale di fatto. Insomma, si tratta di una decisione che rema sicuramente a favore dei prestatori di lavoro, troppe volte indotti alla stipula di un numero elevato di contratti per conservare la propria posizione lavorativa.

La tesi dell’azienda. Le difese della società si concentravano sull’asserto che, seppure questa avesse stipulato un numero elevato di contratti di somministrazione, nulla poteva essere riconosciuto alla lavoratrice, dal momento che le mansioni indicate nei contratti erano indeterminate a fronte della prevista necessità di assunzione per mansioni specifiche e della relativa idoneità ad assicurare determinate professionalità.

Pertanto, secondo l'azienda, non sussisteva un nesso dipendente dal lavoro effettuato che potesse portare a concepire il rapporto come a tempo indeterminato.

La ricostruzione della Cassazione. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha preso ora una posizione di netto contrasto alla fitta reiterazione di contratti di prestazione di lavoro temporaneo con lo stesso lavoratore, sia pure per esigenze sostitutive di lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto. Tale reiterazione è ritenuta, infatti, sintomatica di un disegno coinvolgente comunque l'impresa utilizzatrice, tale da configurare l'elusione della regola della temporaneità dell'occasione che giustifica l'utilizzazione di una medesima persona con il meccanismo di cui alla legge 196/1997 e, successivamente, del Dlgs 276/2003.

La Corte ha così precisato “che la mancata previsione nella legge 196/1997 di un divieto di reiterazione dei contratti di fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo conclusi con lo stesso lavoratore avviato presso la medesima impresa utilizzatrice non esclude la possibilità di valutazione della relativa vicenda nei termini ex articolo 1344 Cc quando essa costituisca il mezzo anche attraverso intese, esplicite o implicite, per eludere la regola della temporaneità dell'occasione che connota tale disciplina”.