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Aspettando il 25 aprile. Le parole che uniscono

Scritto da Massimo Calise Il . Inserito in Vac 'e Press

25 aprile

Lo ammetto, con l’avvicinarsi del 25 aprile, stento a scacciare un senso di disagio; infatti da alcuni anni la ricorrenza è meno partecipata di quanto sarebbe giusto e utile. Eventi, riti vuoti, personalità che ripetono i loro discorsi; ritualità che anziché rafforzare lo spirito di appartenenza nazionale ne certificano la crisi.
Ricordo con nostalgia la Festa della Liberazione come occasione di cortei e comizi; si stava insieme in allegria. Tuttavia non mancava la riflessione, il ricordo riconoscente verso chi, con la Resistenza, ci aveva dato la libertà e la democrazia, aveva aperto la strada alla Repubblica e alla Costituzione.

È importante sottolineare che il calante interesse per queste ricorrenze non è il problema ma, bensì, il sintomo; l’affermarsi di un atteggiamento, non nuovo, che fa prevalere l’interesse personale e famigliare su quello collettivo. Atteggiamento, a ben vedere, miope ma resistente che, fra l’altro, trascura il dettato della nostra Costituzione che all’art. 2 detta ”La Repubblica [ …] richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Troppo impegnativo!

È difficile trasformare gli “eventi” in tappe di un percorso di cittadinanza attiva, consapevole.

Forse sarebbe utile rispolverare, discutendo fra cittadini, le parole che uniscono; potremmo così riscoprire i motivi per stare insieme, per agire con la consapevolezza di essere una comunità nazionale articolata in diversi livelli e tipi di aggregazione. Sono molte le parole sbiadite, che hanno perso significato e valore. Certe ricorrenze dovrebbero essere l’occasione affinché i cittadini si riapproprino di alcune termini del lessico civile: democrazia, libertà, partecipazione, uguaglianza, solidarietà, politica, … . Parole che, se ben comprese, sono utili, anzi indispensabili, alla civile convivenza.

Una di queste parole è riconoscenza, intesa come sentimento sia individuale che collettivo.

C’è una verità non sufficientemente percepita o, addirittura, ignorata: abbiamo un debito di riconoscenza nei confronti dei nostri concittadini, viventi e no.

Il pensiero, nell’anniversario del 25 aprile, va ai tanti che si sono impegnati nella Resistenza e soprattutto a quelli che hanno sacrificato la vita per restituirci la libertà. A tal proposito la lettura delle “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” offre molti spunti di riflessione. Sono le commoventi ultime parole dedicate ai propri cari e alla Patria; anche questa è una parola, una idea, da rivalutare nel suo vero significato; depurata dalle degenerazioni nazionalistiche e razziste. Essi hanno scritto coraggiose parole di conforto e l’incoraggiamento a non trascurare l’opera intrapresa, a non rendere vano il loro sacrificio. Molti erano i giovani: Giordano Cavestro (18 anni), Giacomo Ulivi (19), Giancarlo Puecher Passavalli (20), Antonio Brancati ( 23) Albino Abico (24), Franca Lanzone, (24). Nomi scelti a caso fra tanti, tutti fucilati.

Ma anche personaggi ed eventi più recenti meritano riconoscenza. Tutta la nostra vita repubblicana è costellata dai sacrifici, anche estremi, di coloro che, con il loro impegno hanno difeso lo Stato democratico: magistrati, poliziotti, politici, giornalisti, professori, operai, … . Dovremmo essere consapevoli che la nostra libertà, la nostra democrazia ma, anche, il nostro titolo di studio, le prestazioni sanitarie di cui usufruiamo, così come tante altre cose, sono anche frutto dell’impegno, del sacrificio di nostri concittadini. Il nostro vicino, un pensionato per esempio, ci è riconoscente perché col nostro lavoro sosteniamo il sistema pensionistico e noi gli siamo riconoscenti perché lui ha contribuito a creare le condizioni per farci lavorare, si è battuto per i diritti di cui usufruiamo.

Certo siamo, giustamente, molto critici verso la realtà che ci circonda, ma come le generazioni che ci hanno preceduto, dovremo impegnarci per migliorarla e, se occorre, modificarla. Molti sono totalmente presi dalla loro vita privata illusi che ciò gli possa far raggiungere il benessere; ma basta guardarsi intorno per rendersi conto che esso dipende moltissimo dalla qualità dei beni pubblici: l’aria, l’acqua, il verde, i trasporti, l’istruzione, la sanità, …. In definitiva, dipende anche dal nostro impegno nella sfera pubblica. Ecco, un sentimento di riconoscenza contribuisce a creare quel necessario clima collaborativo, a quella coesione che partendo dal basso, dai quartieri e dai Comuni, può dare a tutti noi concrete speranze per un futuro migliore. Essa serve anche a tenere viva la memoria e a renderci orgogliosi di essere italiani, concittadini di coloro che tanta prova hanno dato di impegno e sacrificio. Il 25 aprile è l’occasione giusta per rinnovare la riconoscenza verso i nostri concittadini passati e presenti e per ravvivare il nostro lessico civile, renderlo vivo e fertile.