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Come superare il “massimalismo riformista"

Scritto da Prof. Francesco Pastore Il . Inserito in Il Palazzo

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Secondo un’indagine demoscopica realizzata per la trasmissione Piazza Pulita di qualche giorno fa, l’elettorato del PD ritiene che il principale motivo che ha portato il proprio partito a perdere le elezioni sia la perdita di contatto con le fasce più deboli della popolazione (26,8%), mentre il 21,6% punta il dito contro Matteo Renzi, che non si sarebbe dimostrato un buon leader.

Altri ancora sostengono che il PD abbia tradito i valori della sua storia (19,4%), o abbia governato male (17,9%). In definitiva, sono quasi tutti convinti che, per il PD, la linea futura da intraprendere debba virare con decisione verso sinistra (66,9%).

Ancora il PD non ha avviato una riflessione seria al proprio interno sulle cause della sconfitta, almeno non pubblicamente, ma proprio per questo credo che possa essere utile che ciascuno contribuisca con alcune osservazioni anche sui giornali. La sintesi del mio intervento è che bisogna essere riformisti ma non “estremisti del riformismo”.

Non c'è spazio nella politica italiana, ma anche di altri paesi, per partiti di centro. Il PD deve ritornare a fare il proprio mestiere, vale a dire dialogare con il proprio elettorato di centro-sinistra per non scomparire. In tutto il mondo, il centro-sinistra sopravvive e anzi fa bene quando non si fa scavalcare a sinistra dalla destra che si maschera da sinistra: vedasi i casi di Barak Obama e Jeremy Corbyn.

Attenzione, è giusto quando qualcuno dice che non ci si deve confrontare tanto o solo con LeU. Sì, poiché bisogna confrontarsi anche con quelli, e sono 10 volte di più, che hanno abbandonato sia il PD che LeU e sono andati a rafforzare le fila del M5S-MSI, quando non, nelle regioni del centro nord, della Lega Nord. Quelli sono gli elettori del centro-sinistra. Non ce ne sono altri che si possano da riuscire a convincere. Se non si intraprende in modo chiaro e deciso questa strada, si rischia di perdere anche il 18% che ha confermato il proprio sostegno al PD lo scorso 4 marzo.

La sconfitta è ancora più pesante se si considera che il PD nel corso della legislatura passata ha inglobato Scelta Civica. Senza questa annessione silenziosa, credo che il PD già sarebbe ora sotto il 10%. Credo che questo sia lo spazio oggi di un partito riformista puro. Ciò significa che in un paio di tornate elettorali il PD scompare. Scelta Civica alle ultime elezioni politiche del 2013 arrivò al 10%. Sommando quei voti a quelli del PD, la sconfitta è stata non del 7%, ma del 17% (25%+10%=35%-18%=17%). L'alleanza PD-Scelta civica ha perso la metà dei voti in una sola legislatura. Rischia di non avere alcuna chance di vittoria anche alle prossime elezioni politiche, se saranno a breve e secondo alcuni sondaggi si avvicinerebbe, anche per questa sua irrilevanza, al 15% già ora se si tornasse a votare.

Chi ha abbandonato il PD per votare il M5S oppure la Lega Nord, a seconda dell’area territoriale, lo ha fatto sostenendo che “destra per destra, a quel punto preferiscono i 5 stelle che portano avanti alcuni progetti che loro identificano con la sinistra, come il reddito di cittadinanza e anche le politiche espansive keynesiane in deficit”. Persino la Lega Nord quando parla di abolire la Fornero e il Jobs Act oppure di tenere lontani gli immigrati prende voti di sinistra a strascico.

Non sono d'accordo con questo modo di ragionare, ma bisogna farci i conti! Non si può abbandonare la strada del riformismo che pure si è percorsa negli ultimi anni con diversi frutti importanti, ma dipende da come si rincorrono gli elettori che hanno abbandonato il PD. Quegli elettori si aspettano un “riformismo di sinistra”. Occorre sì una sinistra riformista, ma plurale, molto più attenta ai più deboli, che forzi le maglie del bilancio per sostenere i più deboli, non le banche. E poco importa se sono politiche redistributive e non per la crescita. Lo scopo della social-democrazia, anche quella liberale, è assicurare una redistribuzione importante del reddito e della ricchezza a favore dei più deboli che sono colpiti dalle forze di mercato.

La sinistra è stata sempre una banda di picchiatelli e di libertari, di apocalittici e di integrati, di movimentisti e di miglioristi, di massimalisti e di riformisti. La sinistra è bella quando sta assieme, così come è, con tutte le sue differenze e con tutti i litigi permanenti fra visioni del mondo che sono diverse, ma condividono qualcosa di importante, vale a dire le radici, la difesa dei più deboli, la ricerca della modernità senza dimenticare i più deboli e così via. Tutte queste anime diverse condividono purtuttavia la stessa weltanschauung. Diventa debole e perde anche la propria natura di sinistra quando è spaccata, divisa, quando l’anima riformista espelle massimalista oppure quando accade il contrario.

La sinistra massimalista ha distrutto la sinistra riformista, che voleva a sua volta fagocitarla o cancellarla, rottamarla. Purtroppo, nessuna delle due ha vinto. Come spesso accade con le scissioni della sinistra, ha perso tutta la sinistra e gli elettori se ne sono andati.

Per uscire da questa situazione, i leader della sinistra riformista devono armarsi di un sano paternalismo e ricondurre la sinistra massimalista alla propria casa madre. Occorre un leader come Enrico Berlinguer, Romano Prodi o Barak Obama che riunisca e parli di nuovo a tutta la sinistra. Il motivo è semplice e lo dico con una battuta: è meglio che la sinistra massimalista rompa le scatole al centro-sinistra piuttosto che vada ad alimentare il populismo al servizio della Casaleggio e Associati.

Il rischio di proseguire sulla strada di quello che chiamerei con un ossimoro l’estremismo o massimalismo riformista è che si rimanga soli. Negli ultimi 25/30 anni si sono creati diversi partiti di centro e sono tutti scomparsi nel nulla e quindi smettiamola di immaginare un partito di centro. Non c'è un partito di centro che può durare a lungo. Ci vuole un partito di centro-sinistra. Nella politica, il centro non esiste è un luogo immaginario. Il PD è nato per unire il centro e la sinistra e quella deve restare la propria missione.

Questo è stato il grande errore di Matteo Renzi e se non ci si rende conto di ciò, veramente il PD è destinato a scomparire. La colpa non è di LeU, ma di quelli, moto più numerosi, che se ne sono andati nel M5S e anche nella Lega Nord.

Si firmi un armistizio fra PD e LeU e si ritorni assieme riforndando il PD un’altra volta e coinvolgendo davvero tutto il centro-sinistra italiano in un unico grande partito democratico in un grande congresso aperto a tutti e la cui leadership sia nuovamente contendibile come era prima che la sinistra se ne andasse dal partito. Le primarie servivano a questo: far vincere l’anima massimalista o quella riformista, ma non volevano dire che bisognasse far scomparire una delle due.

Uno dei principi fondamentali del centro-sinistra da sempre stato quello di non scoprirsi a sinistra e invece Renzi ha fatto esattamente questo: si è drammaticamente, testardamente e sistematicamente scoperto a sinistra. All'inizio, molti hanno creduto che la gente potesse seguire una strategia di riformismo puro, un riformismo di stampo europeo, improntato alla socialdemocrazia europea e ai principi del socialismo liberale. Tuttavia, bisogna prendere atto che il popolo di sinistra non ha seguito questa opzione, se non in parte minoritaria, e non è colpa solo dell'antipatia congenita, dell’insolenza e dell'arroganza di Renzi. È colpa del fatto che quella politica non ha presa e non l’ha mai avuta davvero sull'elettorato italiano, non solo quello di sinistra.

A volte degli eventi politici hanno un grande valore storico, quello di dimostrare se una opzione che era sempre stata nell’aria – una sinistra riformista pura – potesse vincere se fortemente maggioritaria e dominante. Ci avevano provato Gorgio Napolitano, Bettino Craxi e altr ancora dopo di loro, senza mai avere la possibilità di portare questa opzione fino alle estreme conseguenze. Renzi ci è riuscito. Il risultato l’abbiamo già discusso. Spero che nessuno più insegua questa utopia nei prossimi 30 anni almeno.

L’elettorato è fatto ormai da un ceto medio sempre più debole, che si avvicina sempre più pericolosamente alla soglia della povertà. Non capire che questa è la situazione e rifiutarsi di rappresentare gli interessi di quei ceti più deboli significa dire che non si rappresenta più la

sinistra. Significa che non si dice niente più ai deboli di questa società che di conseguenza ti voltano le spalle e votano la Casaleggio & co oppure peggio ancora la Lega Nord.

Con la sua rottamazione, Renzi ha cacciato via dal partito i dirigenti storici che rappresentavano la sinistra tradizionale, sperando così di liberarsi anche dei loro ideali: Sergio Cofferati, Antonio Bassolino, Massimo D'Alema, Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani, Susanna Camusso e tutta la CGIL. In realtà, però, ha perso anche l’elettorato che si riconosceva in quei leader, non individualmente, ma come area ideale.

Adesso, invece, si rischia di dover fare il governo con il M5S o, peggio ancora, con il centro-destra che hanno preso i voti di quella sinistra tanto vituperata! Questo è il risultato della rottamazione! Direi che è stato un fallimento senza se e senza ma del quale bisogna prendere atto facendo scelte radicalmente diverse. Credo che tutto il dibattito sul nuovo PD che deve nascere dalla “rottamazione della rottamazione” debba partire da qui, dall’abbandono definitivo di questa strategia totalmente sbagliata di “integralismo riformista” che taglia fuori tutta la sinistra. Quei voti persi a sinistra non si recuperano né al centro né a destra. Bisogna riprenderli dalla sinistra e cioè dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega Nord visto che sono andati là.

Meglio fare i conti con la sinistra storica italiana al proprio interno che con la Casaleggio & co con la quale il centro-sinistra non ha molto da spartire e con i quali è difficile se non impossibile anche dialogare.

Personalmente, ho sostenuto la linea riformista del PD di questi anni. Credo siano state fatte riforme importanti. Alcune, però, hanno urtato la suscettibilità di chi si è considerato di sinistra da sempre, fra cui alcune parti del Jobs Act e alcuni aspetti della Buona Scuola. Ho sostenuto a spada tratta queste riforme così come il referendum costituzionale, voluto anche da Giorgio Napolitano. Però, il responso delle elezioni è stato tranchant! Si è perso su tutta la linea. Cosa significa questo? Significa una cosa molto semplice e cioè che non c'è una maggioranza riformista in questo paese, soprattutto in questo momento. Attenzione: non c'è mai stata! E non solo in Italia. Forse, quella linea riformista deve essere portata avanti assieme ad altri. Forse senza il porcellum e senza il farsi da parte di Pierluigi Bersani e di Enrico Letta, quella linea non si sarebbe mai realizzata. Ora cosa vogliamo fare? Vogliamo morire grillini sciogliendo la sinistra nel M5S-MSI oppure, invece, vogliamo ricostituire quella sinistra plurale, massimalista e riformista allo stesso tempo quale è sempre stata? Era la scelta di Berlinguer: tenere assieme queste due anime della sinistra che purtroppo devono convivere. Credo che sia il destino della sinistra avere dentro di se una componente riformatrice e modernista e una componente conservatrice e massimalista. Ci vuole un Obama, un Berlinguer per tenerle assieme e portarle sulla strada del riformismo sempre con un occhio ai più deboli, a quelli che restano indietro!

Detto questo, uno dei grandi temi che deve tornare al centro del dibattito è quello dell’UE. La sconfitta del PD e dei partiti europeisti e la corrispondente vittoria dei partiti euroscettici pone peraltro il problema se essere europeisti in questo momento abbia senso, senza un impegno chiaro da parte di Angela Merkel e di Emmanuel Macron di riformare le istituzioni Europee in senso più democratico e meno monetarista. Credo che un centro-sinistra rifondato dovrebbe partire da questo obiettivo fondamentale. Basta essere europeisti senza condizioni. La nostra adesione all’UE deve essere condizionata al raggiungimento di obiettivi comuni espansivi e di crescita economica!