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Baby gang, sono tutte uguali? La città si racconta attraverso i suoi giovani

Scritto da Stefano Ciaramella Il . Inserito in Succede a Napoli

baby gang

In linea di massima, in ogni quartiere, i ragazzi crescono in un determinato modo, per quanto non si voglia fare di tutta l’erba un fascio, è evidente e naturale che un ragazzo cresciuto da bambino nella periferia di Napoli, o negli stretti vicoli nel cuore della vecchia Partenope, cresca diversamente (e non intendo meglio o peggio) da un ragazzo cresciuto al Vomero o a Posillipo.
Ma, purtroppo, il fenomeno delle baby gang si è sparso a macchia d’olio anche nei quartieri più benestanti, anche se in maniera differente. Ritengo che il fenomeno, paradossalmente, sia per certi versi anche peggiore nelle zone bene della città, e non in quelle più degradate. Fermatevi a pensare: un ragazzo proveniente da una famiglia problematica che scopo avrebbe a fare del male a un altro ragazzo, senza un motivo apparente, senza guadagnarci nulla, e rischiando di pagare il gesto sul piano legale, e quindi procurando alla famiglia ulteriori spese? Questo rende un ragazzo più semplice spesso più consapevole riguardo a un futile gesto che potrebbe compiere, rispetto a un ragazzo che è sempre vissuto nel benessere che, oltre a non rendersi conto di ciò che fa, sa anche di avere una famiglia alle spalle che lo sostiene, o meglio che lo può sostenere.

Alla violenza delle baby gang della Napoli degradata portate a commettere crimini più gravi con maggiore frequenza e quasi naturalezza, come furti, rapine ecc. si aggiunge quindi la violenza dell’altra Napoli quella dove le pistole non girano in famiglia ma i coltelli diventano compagni di aperitivo. Non sto assolutamente dicendo che le azioni dei primi siano giuste rispetto a quelle dei secondi, ma riflettendoci: nel primo caso siamo dentro una meccanismo di causa/effetto di un ragazzo che compie crimini per potersi guadagnare da vivere, nel secondo di un ragazzo con tutte le possibilità che ‘gioca’ a fare il personaggio di Gomorra.

Non molto tempo fa, nel quartiere collinare del Vomero, accadde un evento che ha ribaltato tutti gli stereotipi collettivi: una baby gang del Vomero ha ferito a coltellate un ragazzo proveniente dal quartiere di Secondigliano. Un ragazzo di 15 anni si trovava in via Merliani in compagnia di quattro amici, si stava trattenendo in strada quando è arrivato un gruppo di giovani con il volto coperto da cappelli e scaldacollo che si sono rivolti contro di lui intimandogli di andare via da quella zona. Il quindicenne ha tentato di reagire ed è stato ferito con un arma bianca, un coltello a farfalla di 7 dita, la coltellata è stata sferrata da un ragazzo di 16 anni proveniente dal quartiere dei Camaldoli, collina parallela a quella del Vomero. Il ragazzo ferito, con l’ausilio dei suoi amici, è stato accompagnato a casa , dove il padre, vedendo le sue condizioni, lo ha portato all’ ospedale ‘Cardarelli’. Titolo dei giornali: ‘Ragazzo di Secondigliano prima minacciato e poi colpito da una baby gang del Vomero’, dovrebbe suonare strano, dato che è sempre stato il contrario, ma essendo io ragazzo, e vivendoci in questo mondo, posso assicurare con certezza che non è il mondo che si sta ribaltando, ma che è la violenza a non avere più confini. Anzi, sono i ragazzi delle periferie che spesso crescono e maturano e invece quelli dei quartieri benestanti che crescono in età, ma non in consapevolezza e iniziano a fare ciò che quelli delle periferie facevano in tenera età, insomma, per aggredire un ragazzo innocente per il semplice motivo che è di un altro quartiere, comunque si deve essere molto immaturi a prescindere da dove si proviene.

Eppure, quando succede una tragedia che coinvolge i giovani, la prima domanda che si fa è “da dove vengono?” e mai “chi sono?” come a dire che l’identità si sovrappone esattamente al luogo e non alla personalità del ragazzo.

Questo introduce un altro interrogativo in me, un altro dubbio di fronte alle certezze di tanti adulti che pensano basti abbassare l’età imputabile per contrastare il fenomeno delle baby gang in quanto considerano che oggi un dodicenne sia al pari di un sedicenne di una generazione fa.

E se invece fosse il contrario? Ecco, io credo che l’età della maturità emotiva e mentale si sia allontanata e che più si allontana e si dirada il tempo della consapevolezza più si perde la capacità di gestire sé stessi, il rapporto con gli altri e con la realtà.