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Quando la giustizia ritorna al passato (Lettera aperta al Ministro della Giustizia)

Scritto da Michele Arcangelo Lauletta Il . Inserito in Il Palazzo

bonafede

Carissimo Ministro, Alfonso Bonafede, in bocca al lupo per l'elevatissimo compito che L'attende. Io non ho votato il M5s proprio e anche perché non condivido il programma del Suo Movimento in tema di giustizia.

Ella dovrebbe rammentare di essere un Avvocato, prima di essere un politico, come dovrebbe sapere, come sicuramente saprà, che le garanzie sono la proiezione con cui si qualifica la legalità.

Quella con la quale si convince e non si vince; quella che è visione per essere condivisione.

In tema di giustizia penale non Le può sfuggire che un' impostazione carcero-centrico della sanzione penale e un approccio pan-penalistico dei fatti antigiuridici, oltre ad essere un obbrobrio, in quanto si dirige contro i valori della Costituzione e della Cedu è un errore culturale.

Gli animi indomiti dei barbari e le pulsioni vanno edulcorati ed educati alla bellezza e ai diritti, per esigerne altrettanto doveri.

Per fuggire dalle parole d’ordine dettate da semplificazioni che servono a solleticare gli istinti viscerali e a indurre reazioni emotive nella collettività, sempre meno ragionate.

L'Italia deve ambire ad uscire dalle logiche della conflittualità permanente, dove ciascuno si identifica per essere contro qualcuno piuttosto che a favore di qualcosa .

La politica sulla Giustizia può essere il simbolo per una pacificazione, laddove al torto subito subentri la giusta riparazione e la riabilitazione del condannato, come strumenti per andare oltre la vendetta.

Affidando al diritto penale in conformità ad un idea liberal democratica dei diritti la cura di quei fatti dotati di un disvalore sociale grave.

Il diritto penale deve essere vissuto e fatto vivere come extrema ratio di tutela in grado di intervenire selezionando all’interno dell’arsenale sanzionatorio penale le risposte più utili alla società.

Alla minaccia della pena occorrerebbe sostituire l’effettività e la certezza della pena; alla risposta detentiva desocializzante occorrerebbe sostituire i rimedi riabilitativi delle sanzioni sostitutive alle pene e le pene alternative al carcere; privilegiando sempre, in termini generali di politica criminale, il modello costituzionale dello stato sociale e democratico di diritto, come validissima alternativa al modello globale di governance ‘multilivello’ neoliberista, oligarchico e securitario.

La forza della ragione si deve imporre sulla forza della violenza, questo ci dice la nostra storia e la nostra cultura e questo deve fare lo Stato.

Lei signor Ministro per esempio facendo scadere la delega per approvare la riforma dell'Ordinamento Penitenziario ha perso un opportunità per valorizzare la dimensione costituzionale della pena (dal greco Paideia/educazione) e assegnare al Suo mandato un incipit di significante valore simbolico culturale, che

Le avrebbe consentito di risolvere l’annoso problema del sovraffollamento carcerario e delle condizioni inumani e degradanti in cui si vive all’interno carceri italiane .

Invece Le sue annunciate riforme in tema di carcere con la “rivisitazione sistematica e organica di tutte le misure premiali”, di modifiche al codice di procedura penale con la soppressione del rito abbreviato in caso di omicidio, di diritto penale sostanziale con la riforma della legittima difesa con l’inserimento di pericolosi automatismi che la trasformano in licenza di uccidere, sembrano, con un pericoloso ritorno al passato, far sbiadire anche gli insegnamenti illuministici, che hanno fondato il diritto penale moderno.

Per esempio Beccaria, dal quale potrebbe farsi consigliare, scriveva nel secolo dei lumi che “Il fine delle pene non è di tormentare e affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso. Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri a farne uguali. Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggior impressione che non il timore di un altro più terribile, unito con la speranza dell’impunità”