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Sviluppo delle periferie? No, delle Città

Scritto da Ernesto Mostardi Il . Inserito in Succede a Napoli

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E’ l’intera nostra civiltà a mostrare segni di stanchezza, se non di decadenza. E dicendo civiltà intendo sottolineare che il problema va ben oltre i confini del nostro Paese: è, quanto meno, di dimensioni europee.
Riguarda la identità e la stessa funzione delle polis moderne, delle tante comunità che con sempre maggiore affanno riescono, in questa fase storica, a trovare un adeguato equilibrio tra strumenti di governo territoriali, nazionali e sovranazionali. Ad esempio, non riescono a trovare un adeguato criterio per una ripartizione delle risorse economiche ed umane disponibili che metta in condizione il nostro continente di competere proficuamente con le altre aree geopolitiche emergenti del mondo. L’elemento rivelatore di questa difficoltà è costituita dalle condizioni delle nostre periferie urbane. Eppure, il tratto distintivo dell’Italia, dell’Europa e dello stesso Mediterraneo è la città. Infatti, prima ancora delle grandi aggregazioni territoriali di tipo imperiale, ancor prima degli Stati nazionali, è la città il luogo di aggregazione umana, lo spazio concreto dove si sviluppano lingue, istituzioni, costumi, organizzazione del lavoro, dove si scambiano merci. Il governo delle città in Europa non è, quindi, un capitolo tra gli altri della politica. E’ il capitolo centrale. Se la politica in Europa, la patria per eccellenza della città autogovernantesi, non riesce a riprendere le redini dello sviluppo urbano, rendendo vivibili tutti i suoi spazi e, quindi, anche le periferie - che sono state realizzate nel corso del Novecento a ridosso degli antichi centri cittadini di impianto medievale e rinascimentale - la decadenza della sua civiltà sarà ineluttabile.

L'esigenza di mettere al centro della politica nazionale ed europea, il problema dello sviluppo delle città e del loro governo, assume toni emergenziali se si tiene conto che, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, dal 2009 più del 50% della popolazione mondiale vive in città. E sempre la stessa fonte prevede che intorno alla metà di questo secolo la popolazione urbana a livello mondiale sarà il doppio di quella rurale. La città, quindi, secondo queste proiezioni, non sembra assolutamente declinare ma esige sempre più strumenti politici ed economici per provare a dare un ordine razionale alla sua crescente espansione e garantire che essa avvenga in una prospettiva solidaristica.

In questo quadro, il primo passo da compiere è quello di riconsiderare la tradizionale mappa gerarchica dei territori delle città e la tradizionale distinzione tra centro e periferia.

Ad esigere questo passaggio è dapprima la mobilità interna alle città stesse, sempre più rapida e capillare, l'avvento, poi, dell'era digitale che mette definitivamente in crisi la città industriale di tipo fordista (quartieri industriali, quartieri dormitorio, centri direzionali) e poi anche di tipo keynesiano (politiche urbanistiche incentrate su consumo e redistribuzione del reddito).

Tuttavia, questa trasformazione del ruolo e della funzione della città non è supportata da una revisione e da un aggiornamento dei suoi strumenti di governo. A partire dagli istituti cittadini preposti alla decisione pubblica che tendono ad indebolirsi, perdono di visibilità e trasparenza. Più cresce la città, più aumenta la distanza tra i suoi organi di governo e i cittadini stessi. Essa, allora, luogo originario di democrazia, rischia di perdere questa caratterizzazione.

Occorre pensare a nuovi strumenti di partecipazione e consultazione dei cittadini, a nuovi strumenti per evitare la eccessiva frammentazione politica alle elezioni degli organismi comunali, che di fatto sottrae agli elettori capacità selettiva della futura classe di governo, e a nuovi strumenti di verifica dei programmi politici sui quali ci si è impegnati, superando la schizofrenica pratica (altro che antichi feudali privilegi!) del dire e fare tutto e il suo contrario senza mai dar conto alcuno di questi cambiamenti.

Ma bisogna ripensare anche alla funzione economica e fiscale dei comuni. Insomma, porre un problema di sovranità, ma in una prospettiva ben diversa da quella della patrietta ottocentesca.

È solo in questo quadro che le periferie possono recuperare una prospettiva di sviluppo.

Con questo non intendo privare di senso il recente “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città metropolitane”. Si tratta comunque di una concreta, anche se parziale, attenzione ai problemi di cui parlavo poc'anzi. Del resto, questo strumento necessita, se lo si vuole utilizzare correttamente, di una più generale visione di città da parte di quanti vorranno concorrere ad un suo idoneo utilizzo e ad evitare un ulteriore sperpero di danari pubblici.

In ogni caso, qualunque sia l'idea di città che si vuole mettere a fuoco, essa deve vedere il coinvolgimento dei cittadini, degli attori che si vogliono mobilitare, delle istituzioni culturali e sociali della città stessa. Questo coinvolgimento significa ascolto attivo e non solo informazione unilaterale, significa coinvolgimento concreto nella esecuzione dei piani previsti.