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Per un PD “intelligente” nella società

Scritto da Osvaldo Cammarota Il . Inserito in Il Palazzo

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A breve gli elettori saranno richiamati al voto per scegliere i propri rappresentanti in Europa (2019), alla Regione Campania (2020) e al Comune di Napoli - Città Metropolitana(2021).

Mentre è chiaro che il governo verdegiallo proseguirà le sue cavalcate elettorali, meno chiara è la politica e l’organizzazione che intende darsi il PD per questi tre importanti appuntamenti.

Basterà giocare di rimessa sul disvelamento delle demagogie dei “populisti”? Ne dubito. La vicenda amministrativa a Napoli dimostra la fondatezza del dubbio. In assenza di un’alternativa politica valida e affidabile, è facile che prevalga ancora la demagogia.

C’è una diffusa domanda di Politiche (P) che sappiano ascoltare e parlare alle persone; capaci di produrre un governo progressista, responsabile ed efficace della cosa pubblica a ciascun livello istituzionale.

Più che gareggiare a chi la spara più grossa con frasi ad effetto e litigi verbali tra leader (veri o presunti che siano), mi sembra che sia il momento di interrogarsi su come interagire con la società e le comunità amministrate. Con le numerose persone sedotte da messaggi semplici e ingannevoli -verdi, gialli o arancioni che siano-, occorrerà parlare un linguaggio di verità e di responsabilità per ricercare, con esse, soluzioni realistiche ai problemi inediti che vivono sulla propria pelle, dalla vita di quartiere alla dimensione europea e globale.

Le persone sono esasperate e smarrite. Tutti gli indicatori sociali, economici e geopolitici, raccontano delle fratture sempre più profonde che si registrano tra “inclusi” ed “esclusi”; tra “alto” e “basso”; tra "locale" e "globale"; ... ed altre contraddizioni laceranti del nostro tempo.

La sinistra democratica e di governo mostra ritardi clamorosi nel comprendere questo fenomeno, mentre altri cavalcano rancore e ribellismo che matura nel vuoto che c’è in mezzo.

Nel vuoto che c’è in mezzo, il PD ha smarrito capacità di confronto, di dialogo, di mediazione; ha prodotto una classe dirigente meno “intelligente” con la società e più obbediente a “poteri forti”; ha smarrito così la conoscenza diretta delle trasformazioni avvenute nei territori e nelle comunità. Molte istanze, popolari e condivisibili, sono diventate alimento per le forze c.d. “populiste”. È semplicistico e superficiale sostenere che gli elettori non hanno capito. Bisogna riempire la retorica della Partecipazione di contenuti e significati più autentici e profondi.

Se questo ragionamento è condiviso, ciascun dirigente, militante o simpatizzante dovrebbe sentirsi stimolato a fare opera di “intelligenza”, nella società e nei territori. Serve unire le energie sociali autenticamente riformatrici. Il nemico da battere sono le disuguaglianze, gli squilibri, le ingiustizie che si manifestano in forme inedite, a tutti i livelli territoriali e dentro la complessa articolazione sociale.

Intorno a questo minimo comune denominatore c’è molto lavoro da fare, per tutti. C’è da ridare soggettività politica e rappresentanza efficace al variegato popolo dei democratici progressisti.