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La crisi del PD: alcune lezioni per Napoli

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Il Palazzo

pd tracollo

Il tracollo del Partito Democratico alle recenti elezioni amministrative soprattutto nei Comuni dell'Italia Centrale ha avviato una salutare discussione sulle debolezze di questo Partito, sulla sua capacità di rappresentare le forze sociali più vive del Paese, sui soggetti che possono promuovere il suo rinnovamento, e sulle forze che invece lo trascinano verso l'estinzione.
Purtroppo a Napoli, in Campania, nel Sud questa discussione stenta a partire e il PD, ciò che di esso sopravvive, appare imbrigliato in un confronto sterile tra esponenti locali, i cosiddetti capibastone, i signori delle tessere, i controllori di pacchetti di voti, che sono le forze della conservazione, gli artefici del declino del Partito.

Intanto nel governo che si è costituito faticosamente con l'intesa tra la Lega e il Movimento 5 Stelle risulta evidente una divisione dei ruoli e della rappresentanza sociale: al Centro Nord domina la tendenza leghista a chiudere l'Italia dal pericolo di un'immigrazione di massa incontrollata e a difendere i punti di forza sociale e istituzionale esistenti, mentre al Mezzogiorno i 5 Stelle promettono di redistribuire la ricchezza a favore di poveri, disoccupati e giovani esclusi dal mercato del lavoro.

In questa situazione il pericolo evidente per il PD è che esso divenga nell'Italia Centro-settentrionale sempre più un partito radicale di massa (come l'ha definito Luca Ricolfi) attento alla promozione dei diritti civili, mentre nel Mezzogiorno sia un partito di èlite, subalterno al populismo e al messaggio redistributivo dei grillini.

Un tentativo di ridare al PD un altro ruolo, di partito del cambiamento sociale, della trasformazione, del rinnovamento al Nord come al Sud, dunque un partito socialmente e territorialmente unificante, viene finora dall'ex ministro dello sviluppo Carlo Calenda il quale in alcuni confronti  televisivi e in un articolo apparso il 27 giugno sul giornale Il Foglio ha proposto un programma d'azione, un manifesto del cosiddetto Fronte repubblicano, un termine quest'ultimo che fa storcere il naso ai dirigenti del PD abituati alla retorica di un passato che è già passato.

Calenda propone un piano d'azione con cinque priorità:

1. Tenere in sicurezza l'Italia sotto il profilo economico e finanziario e sotto il profilo della gestione dei flussi migratori proseguendo l'opera del precedente ministro Minniti e proponendo un programma completo di controllo dell'emigrazione all'Unione Europea.

2. Proteggere gli sconfitti, rafforzando gli strumenti di tutela delle fasce deboli della popolazione come il reddito d'inclusione, nuovi ammortizzatori sociali, politiche attive del lavoro, la gestione delle crisi aziendali.

3. Investire nelle trasformazioni per allargare la base dei vincenti con infrastrutture materiali e immateriali (università, scuola e ricerca). Implementare la strategia energetica nazionale, aumentare il fondo centrale di garanzia per ricostituire al Sud la base industriale.

4. Promuovere l'interesse nazionale italiano nell'Unione europea e nel mondo.

5. Un piano shock contro l'analfabetismo funzionale definendo le aree di crisi sociale complessa per evitare l'esclusione sociale dei giovani, estendendo il tempo pieno a tutte le scuole, avviando alla lettura, alle lingue, all'educazione civica, allo sport dei giovani.

Sarebbe una fortuna per il PD che voglia rianimarsi nel Mezzogiorno, uscire dai discorsi vaghi di questi anni, lasciar perdere i giochetti dei vertici istituzionali (sindaci, presidenti delle Città metropolitane, presidenti delle Regioni), passare a discutere ipotesi, progetti come quelli indicati da Calenda.