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Il “nazionalismo transnazionale”: le nuove destre hanno un piano

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

le pen
Tira aria brutta, non solo in Italia. L’avvento di Emmanuel Macron non ha invertito la tendenza, ma pare aver unicamente rinviato l’appuntamento con la storia.
L’onda nazionalista, infatti, continua a montare e si mostra in tutta la sua vigoria anche in Italia, con il nuovo Governo Conte. Tuttavia, si continua a credere che nulla cambierà davvero, se non le futili narrazioni.

In fondo, si resta convinti che il peso specifico delle nostre istituzioni rappresenterà un argine forte e resistente alla trasfigurazione delle democrazie europee.
Un ottimismo impaurito, irridente e miope: la notizia della creazione di una scuola di formazione politica sovranista, targata Marion Le Pen, è il segno dei tempi, delle prospettive e della visione della (nuova) Destra.

“Prima di vincere sul piano politico, occorre vincere sul piano culturale,” dice Marion (nipote di Marine) alla rassegna Liguria d’Autore, citando Gramsci.
Dunque, c’è un piano, un disegno.
Quel che fatichiamo a comprendere, forse, è che le nuove destre, diversamente da quello che appare dal dibattito tutto italiano sulla relazione Lega-Movimento Cinque Stelle, hanno una visione programmatica della politica europea del prossimo futuro.
Lasciamo perdere i tweet, i porti e le risibili stramberie italiche: il blocco sovranista persegue lucidamente i suoi obiettivi, mette a sistema politiche transnazionali, tesse alleanze, cuce e non distrugge.
Pertanto, la dimensione perculatoria che una parte del fronte europeista continua a coltivare (in Italia siamo campioni nello sport in questione) pare del tutto irragionevole: a forza di dire che “gli altri” sono barbari, rozzi, incivili ed ignoranti, le forze antisistema e quelle sovraniste sono maggioranza o si apprestano a diventarlo.
A pochi mesi dal prossimo voto europeo, l’analisi interna al Pd sullo “schema delle alleanze” del Governo Salvini in Europa è fin troppo semplicistico, risultando incapace di cogliere l’essenza del mutamento dello scenario politico europeo.
In particolare, si è detto (da Renzi in giù): Salvini e Di Maio sono dei fessi, perché se ti allei con i nazionalisti, il tuo nazionalismo perde. Se ti allei con la Le Pen e se insegui Orban sei un cialtrone, perché non curi l’interesse nazionale.
In altri termini, si giudica il “nazionalismo salviniano” inefficace, provando ad incardinare l’azione politica delle nuove destre nella prospettiva storica dei nazionalismi del secolo scorso.
Ma siamo sicuri che i nuovi nazionalismi siano l’esatta riproduzione di ciò che sono stati ed hanno rappresentato?

Nel suo intervento, Marion Le Pen ha certamente individuato nel nazionalismo, nella sovranità e nell’indipendenza le architravi su cui erigere il “sistema delle destre”.
C’è altro, però.
Il nuovo nazionalismo ha abbandonato la dimensione statuale in senso stretto, mirando ad un’azione politica transnazionale, in nome della sovranità.
Pare un ossimoro, una contraddizione, ma tutto è ricondotto ad unità.
“L’internazionale sovranista”, così come definita in modo perfino scherzoso dai “destrosi francesi”,  è il progetto politico più ambizioso del nostro tempo ed è in tale prospettiva che va incardinata la “la Lega delle Leghe” in salsa salviniana.
Non è una battuta, un tweet in cerca di consensi beceri. Non si liquida tutto con irrisione o, al contrario, isterico allarmismo.
La scelta degli alleati, in Italia ed in Europa, spiega  dove e come intendono procedere i sovranisti.
Del resto, la presenza di Orbàn nel Partito Popolare Europeo rappresenta il segnale di una “progressiva radicalizzazione” delle posizioni dei popolari in giro per l’Europa.
Il leader magiaro ha recentemente dichiarato di voler “rinnovare il PPE, riportandolo alle sue radici.”
Al contempo, pare sempre più tangibile l’indebolimento della leadership di Angela Merkel dentro e fuori i confini nazionali.
Se il blocco dei paesi di Visegrad (si discute tra mille polemiche dell’ingresso nel PPE anche del PiS, partito di estrema destra al governo in Polonia) riuscirà ad assumere posizioni di rilievo (se non di preminenza) nel partito che finora ha retto le sorti dell’Unione, tutto conduce al progressivo smantellamento del processo di integrazione europea.
I sovranisti, se concepiti in questa accezione, sono dunque trasversalmente presenti nello scacchiere politico europeo, con la capacità di scandire i tempi delle emergenze e delle tensioni.
In tal senso, l’immigrazione è solo materia di “lotta e battaglia comune”, come sostenuto  di recente dalla Le Pen.
Non è un problema: è una risorsa politica, uno strumento di propaganda, un mezzo di acquisizione di consenso.
E’ così in Italia, in Baviera, in Svezia, in Austria, in Olanda,in Francia, in Polonia, Ungheria ed in gran parte dei Paesi membri.

La questione migratoria rappresenta la sintesi della dimensione transnazionale dei nuovi nazionalisti, che parlano ai propri popoli, ma guardano alle prospettive di Bruxelles.
La narrazione nazional\sovranista riconnette il popolo con la politica, con i luoghi della decisione.
Non serve storcere il naso, rivendicando superiorità smarrite nei ricordi e nei racconti dei padri.
Si tratta di una narrazione vincente, che agita il vessillo della paura, ma propone un nuovo sogno, un nuovo mondo, seppur dal sapore antico.
La destra nazionalista non è quella del novecento non solo perché vince la “guerra dei social”, ma perché punta a modificare i connotati istituzionali degli Stati in modo integrato.
Orban sostiene che la democrazia è “dittatura della maggioranza”, probabilmente sparandola piuttosto grossa.
Eppure, è la questione democratico\istituzionale, probabilmente, una delle partite più strategiche del blocco nazionalista.
La democrazia della “decisione” è l’orizzonte dentro cui i nazionalisti tessono la loro rete.
Il modello Putin, per intenderci, ma non solo.
Più in generale, lo spostamento dell’asse politico verso l’est del mondo, certificato dal Trumpismo, spinge i nazionalisti a ritenere che siano maturi i tempi per porre fine alle istituzioni tradizionali della democrazia liberale.
Svuotare di contenuto e senso il sistema politico, per garantire nuove e diverse forme di decisionismo: qualcuno le chiama “democrature”, intendendo regimi connotati dalla coesistenza di tratti democratici ed autoritari.
E’ una logica che fa breccia nel cuore di molti, dopo anni di democrazie incapaci di decidere e riformare, lente e ingessate da vincoli ed attese.
Il decisionismo che cura l’interesse nazionale (declinato secondo criteri largamente opinabili), spodestando l’Europa dei tecnocrati, è il sogno politico dei nuovi nazionalisti.

E’ la dimensione del sogno, più che della rabbia, quella che guiderà il movimento nazionalista transnazionale.
Dunque, sogni e paure rappresentano le coordinate per tracciare l’essenza delle nuove destre sovraniste e “decisioniste.”
Paure, non emergenze; sogni, non riforme.
In tale prospettiva, chi intende assumere il ruolo storico di “difensore delle istituzioni della democrazia liberale” non riesce a scaldare i cuori.
Oggi, con grande probabilità, nemmeno la riforma delle istituzioni (nazionali ed europee) accende passioni e speranza.
Con le istituzioni, si sa, non si sogna.
Diversamente, si sognano nuove istituzioni, nel segno delle “democrature.”