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L’anti-politica sotto l’ombrellone

Scritto da Massimo Calise Il . Inserito in Vac 'e Press

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In spiaggia, sotto l’ombrellone, cerchiamo quel riposo e quella spensieratezza che la quotidianità difficilmente offre; allora bando ai pensieri, alle preoccupazioni e spazio ad argomenti “leggeri” come il cibo e i personaggi del mondo dello spettacolo o dello sport. Quando capita di discutere con i vicini di ombrellone, persone stimabilissime, argomenti di attualità politica sorgono alcune perplessità.
Sembra che tutto il malessere sociale sia concentrato in quel gruppetto di abbronzati bagnanti; ascolto un lamento generalizzato che non risparmia niente e nessuno. I discorsi si riempiono di frasi fatte (“sono tutti uguali”, “non cambia mai niente”, …); impera la semplificazione, il qualunquismo e il disimpegno. L’amabile vicino plaude speranzoso ad ogni azione che blocchi tutto ciò che minacci la sua tranquilla quotidianità: l’invasione di immigrati, la dilagante delinquenza.

Mi rendo presto conto che la superficialità è un dato permanente, non solo estivo, di come l’italiano medio [non] affronta la realtà del nostro Paese dove, purtroppo, si perde sempre più il senso dell’unità morale e dei doveri collettivi. L’antipolitica dilaga e non è solo appannaggio di minoranze disfattiste, opera il mito di una società buona e di una classe politica inetta. Affiora una strana volontà di regredire, di abbandonare cultura e valori, labili ma pur esistenti, nell’illusoria illusoria ed egoistica speranza di veder tutelati esclusivamente i propri personali interessi. Qualcuno penserà: esagerazioni agostane! Purtroppo queste considerazioni hanno riscontro nella realtà e nel giudizio di autorevoli studiosi. Per esempio nell’intervista di Wlodek Goldkorn (“L’Espresso” del 12 agosto 2018) Ilvo Diamanti parla di “un Paese fondato sulla diffidenza” e di un popolo afflitto dalla “mancanza del futuro e del passato”. Del resto Diamanti, con gli annuali rapporti “Demos & Pi”, da tempo ci fornisce mappe per comprendere la società italiana. Anche dal Rapporto 2017 emerge un Paese dove i cittadini nutrono una sfiducia crescente verso le Istituzioni, i partiti e negli altri in genere. Il sondaggio mostra un calo di fiducia nei confronti della democrazia: solo il 62% degli intervistati (dato in calo rispetto agli anni precedenti) ritiene che la democrazia sia preferibile a qualsiasi altra forma di governo.

In questo scenario poco rassicurante, preoccupati, dovremmo chiederci come abbia fatto e come faccia questo Paese, nonostante tutto, a tenersi a galla; può aiutarci a comprenderlo la “teoria del calabrone”. In base alle leggi della fisica, questa è la tesi, il calabrone non dovrebbe volare: infatti le sue ali sono troppo piccole in rapporto al suo peso corporeo. Allo stesso modo, in base alle leggi dell’economia, l’Italia non dovrebbe figurare fra i paesi più industrializzati del mondo; invece è ancora (ma per quanto?) fra essi grazie alla vitalità e alla capacità di tanti cittadini laboriosi. Ma “L’Italia che lavora” mostra segni di stanchezza, dovrebbe essere supportata ed ampliata.

Tutto ciò si inquadra in uno scenario più ampio; la globalizzazione piace sempre meno. In effetti le accresciute disuguaglianze ne hanno nascosto gli effetti positivi: cooperazione, concertazione, ... . In molti Stati prevalgono le spinte egoistiche che, inevitabilmente, portano all'isolamento. Ma isolati, Stati, comunità locali e singoli cittadini, non vanno da nessuna parte.

Ovviamente, il povero opinionista non ha ricette da proporre per tentare di rimediare alla situazione appena abbozzata; tuttavia crede di poter esprimere una certezza: occorre la consapevolezza collettiva che solo uniti e partecipi ci si salva e che chi la possiede deve sforzarsi di diffonderla, anche al vicino di ombrellone, con passione, determinazione ed umiltà.