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Migranti, profughi, rifugiati, apolidi: le parole fanno la differenza

Scritto da Vittoria Ziviello Il . Inserito in Vac 'e Press

ZIVIELLO

Ci troviamo in un’epoca in cui protagonisti del cambiamento non sono soltanto le condizioni economiche, sociali e culturali del mondo globalizzato; importante protagonista di questi mutamenti è anche il lessico che quotidianamente viene utilizzato per fare riferimento ai fenomeni più disparati.


Uno dei termini che ultimamente ha subito un profondo ampliamento del proprio ambito semantico è la parola “migrante”, rispetto ai tradizionali “emigrante/emigrato e immigrato”. La così risultante genericità del termine, ha reso necessario introdurre diverse sottocategorie nel linguaggio giuridico-amministrativo, che mirano proprio a distinguere la varietà delle situazioni e delle vicissitudini di ciascuno.
In ultima analisi, il termine “migrante” vale ad indicare ,specificamente, tutti coloro che hanno lasciato volontariamente il proprio paese d’origine per cercare lavoro e/o condizioni di vita migliori. A differenza del rifugiato, il migrante può fare ritorno nel proprio paese in sicurezza, perché non è vittima di persecuzioni. È regolare soltanto quando risiede in uno Stato con permesso di soggiorno rilasciato dalle autorità competenti.
Diversamente, si parla di immigrati “clandestini” quando questi, pur avendo ricevuto un ordine di espulsione, continua a rimanere nel paese. Dal 2009 la clandestinità è considerata un reato.
Altri termini importanti da prendere in considerazione quando ci si riferisce al fenomeno migratorio sono senz’altro quelli di “profugo”, “rifugiato” e “richiedente asilo”.
“Profugo” è un termine generico che si riferisce a coloro che fuggono dal proprio paese a causa di eventi catastrofici, guerre, invasioni o rivolte.
Lo status di “rifugiato”, invece, è stato riconosciuto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 a tutti coloro che rispondano alla puntuale definizione di cui all’art. 1 della suddetta Convenzione: << Chiunque, nel giustificato timore d’ essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può, o per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio, in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi>>. La legge italiana ha recepito questa definizione dello status di rifugiato con la legge 722/1954.
Infine, il “richiedente asilo” è chi, avendo lasciato il proprio paese, chiede il riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale. Nel lasso di tempo in cui aspetta una decisione definitiva, questa persona può soggiornare regolarmente nel paese, anche se è arrivato senza documento o in maniera irregolare.