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La lunga tradizione sartoriale partenopea

Scritto da Andrea Amiranda Il . Inserito in Funiculì, funicolà

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I vicoli, i colori ed i volti di Napoli nascondo una tradizione secolare, lontana dal clamore del caos cittadino. Si tratta dell’antica sartoria partenopea, tra le più antiche e rinomate d’Italia.


Cesare Attolini, Luigi Borrelli, Eugenio Marinella sono solo alcuni dei maestri dell’abito che hanno vestito icone mondiali, a partire da Totò fino ad arrivare al Duca di Winsdor.
Stabilire la data di nascita della sartoria napoletana è impresa ardua, ma è dai primi del Novecento che il gusto napoletano, coincidendo sempre più con quello inglese, aprì finalmente le porte verso scenari internazionali.
Ecco allora che anche le inarrivabili stelle di Hollywood si facevano più “umane” sotto le mani dei maestri partenopei, ed era tutt’altro che impossibile imbattersi, nelle botteghe sartoriali della città, in celebrità del calibro di Harrison Ford, Robert De Niro, Richard Gere e Robert Redford.
Ad oggi questa tradizione viene tramandata di generazione in generazione. Lo sa bene Luigi Borrelli, figlio della camiciaia Anna, che in una recente intervista ha affermato: “Lo stile è saper indossare un prodotto semplice ma di alta qualità. Esempio: indossare con stile il blazer blu, indossare un pantalone di flanella grigio o saper indossare un derby ingrassato e lucidato, o un fazzoletto bianco nella giacca blu può sembrare facile ma quello che fa la differenza è il come si porta”.
A Vincenzo Attolini invece si deve la creazione della celebre giacca “a mappina”, nata dall’idea di dar vita ad un indumento leggero, morbido e confortevole al pari di una camicia: questo il motivo per cui, tolte le imbottiture, le spalline e la fodera, è stata concepita una giacca del tutto destrutturata, ma di grande vestibilità, che, rispetto alle giacche sartoriali inglesi, assume un’aria vissuta, grazie anche alle pieghe all’attaccatura della manica.
Sempre di Attolini, inoltre, è la giacca “che zompa arreto” (più corta nella parte posteriore), resa famosa da Jep Gambardella di Tony Servillo nel film premio Oscar “La Grande Bellezza”.

Un altro maestro a volere fortemente quel piccolo angolo di Inghilterra a Napoli era Eugenio Marinella, che nel laboratorio napoletano ubicato sulla Riviera di Chiaia realizza da sempre le cravatte, rigorosamente a mano, seguendo specifici passaggi di lavorazione. Le pregiate sete provenienti dall’Inghilterra sono lavorate con maestria dalle sapienti mani delle sarte napoletane, che trasmettono quel calore umano che rappresenta, allora come oggi, il segreto del brand partenopeo che ha fatto delle sue cravatte un simbolo di eleganza nel mondo.
Merita una menzione, infine, la ditta Harmont & Blaine che, a discapito del suono “british” è napoletanissima. Questa deve il proprio nome alle iniziali di Anna e Renato Montefusco, genitori del creatore Domenico Menniti. L’idea del marchio è quella di dare forma ad uno stile sportivo ed elegante allo stesso tempo, senza rinunciare al pregio ed alla qualità dei materiali.