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Lavorare meno, lavorare tutti?

Scritto da Carlo Verdino Il . Inserito in Vac 'e Press

cambia il tempo

E’ indubbio che il costante progredire delle tecnologie aumenti la produttività dei lavoratori. Dalla fine del ‘700, con l’avvio della rivoluzione industriale in Inghilterra e successivamente negli altri paesi industrializzati, assistiamo al progressivo incremento dei tassi di produttività dati dal rapporto uomo/macchina/organizzazione del lavoro.

L’aumento della produttività ha ingenerato crisi periodiche nel rapporto tra i lavoratori e quello che una volta si sarebbe definito “il capitale”: si è passati dalla crisi del modello di industrializzazione con tecnologie al vapore, a quello basato sul petrolio (1929), a quello sulla chimica. Il passaggi che stiamo vivendo, dovuti alla tecnologie informatiche, hanno fatto addirittura coniare il termine “industria 4.0”.

In questi cambi di paradigma produttivo vi sono state sempre forti frizioni sociali, sopiti qualche volta con la violenza come è accaduto ad esempio con i fascismi.

Le passate lotte sindacali e dei movimenti dei lavoratori hanno contribuito a gestire l’equilibrio tra la divisione del surplus: una parte si è trasformato in aumento del reddito, altro in diminuzione dell’orario di lavoro.

Alla fine secolo '800 nelle filande torinesi le operaie lavorano in media 16 ore al giorno, ci vorrà una legge del 1899 per fissare un maximum di 12 ore.

Ad inizio '900 nel settore meccanico riescono ad ottenere rivendicare le 10 ore giornaliere.

L'accordo per le 48 ore viene nel 1919, otto ore al giorno per sei giorni a settimana.

Nel 1933, in un famoso dibattito tra Giovanni Agnelli (sr.) e Luigi Einaudi, viene asserita da Agnelli (che certamente non era un sindacalista), la necessità di riduzione dell’orario lavorativo. Ricorda che disoccupazione è calo della domanda. Definisce la stessa disoccupazione: "una catena paurosa". Attribuisce la disoccupazione alla "incapacità dell'ordinamento del lavoro di trasformarsi con capacità eguale alla velocità di trasformazione dell'ordinamento tecnico." Cioè quello che avremmo detto quando affermiamo che "progresso tecnico non si traduce in automatico progresso sociale" se non vi è l'intervento contrattuale e legislativo.

Ve ne riporto un piccolo stralcio: "onorevole collega, partiamo dalla premessa che in un dato Paese vi siano cento milioni di operai occupati, con un salario medio di un dollaro al giorno per 800 milioni di ore di lavoro al giorno - non esistono disoccupati, non si parla di crisi, gli affari vanno - ad un tratto uomini di genio inventano un qualcosa che permette, con 75 milioni di uomini, di compiere il lavoro che prima ne richiedeva cento. Ci saranno 25 milioni di disoccupati, la domanda e i consumi si ridurranno e dopo un po' grazie ad una "catena paurosa" basteranno 60 milioni di operai a produrre quanto chiesto dal mercato. Che fare per uscire dal collasso spaventevole?". Agnelli suggerisce: "ridurre le ore lavorate da 800 a 600 mantenendo invariate le paghe".

Contratti '69-'70: le 40 ore Le 40 ore vengono raggiunte nell'arco di due soli ulteriori rinnovi contrattuali, e cioè nei contratti del '69-'70: tenendo conto della loro attuazione scaglionata nel tempo, ad esse si giungerà nel '72-'73.

Da allora le proposte per le 35 ore settimanali languono nei cassetti di qualche commissione parlamentare.

grafico

Il grafico riportato (su elaborazione banca dati dell’OCSE – tratto da “Sulla produttività in Francia e in Germania”, di Thomas Picketty) in alto rappresenta il valore del reddito pro-capite prodotto dalle nazioni, attualizzato ai valori in euro nel 2015. Come si può vedere, in Italia il reddito prodotto pro-capite era raddoppiato negli ultimi 40 fino al 2008 a dispetto del costante valore delle ore lavorate. Statisticamente si può dire che mantenendo i livelli di vita del 1970, oggi lavorerebbe la metà della popolazione del 1970, oppure di potrebbe dimezzare il tempo di lavoro della popolazione attiva dell’epoca.

Ci troviamo di fronte ad un dato che merita la dovuta riflessione: quello del periodo dal 1970 ad oggi è stato uno dei maggiori progressi di produttività umana in società complesse da sempre, ad esso non è coincisa una ripartizione sociale della maggiore ricchezza prodotta, essa è stata solo in minima parte ripartita per la popolazione, la gran parte è diventato capitale speculativo di tipo finanziario.

E’ ovvio, quindi, che vi debbano essere delle strategie correttive: fino a qualche anno fa, la dialettica tra sindacato ed industria consentiva di spostare lentamente il reddito dovuto alla maggiore produttività verso una ridistribuzione sociale.

Oggi, la forza dei movimenti dei lavoratori, per una serie di motivi, è venuta meno. Grandi parti della popolazione non hanno reddito, chi deve pagare la differenza?

Le risposte che sta dando il governo è: lo Stato tramite il reddito di sostegno ai disoccupati, finanziato con debito e tasse.

Significa spostare il costo sociale della disoccupazione strutturale dal mondo dell’impresa alla tassazione.

Basterebbe spostare il limite attuale minimo lavorativo giornaliero delle 8 ore attuali a 7 ore per i lavoratori a parità di reddito per aumentare di circa il 12,5% di lavoratori dipendenti.