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Gli spalti dell’ingiuria italiana

Scritto da Giorgio Gravier Il . Inserito in Il Pallonetto

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Milano ha solo la nebbia e deve bruciare, se rimane un cerino poi si può dare fuoco anche a Torino. Le signore romane son tutte un po’ pu…ne e i loro figli, si sa, tutti un po’ conigli. Giulietta poi, che che ne dica Shakespeare, è una “buona donna pure lei” e i Laziali non profumano per le curve certo più di noi. Questo in brevissima sintesi lo spirito che da sempre anima un po’ il tifo degli stadi nostrani, che per rendere onore all’italico ingegno, si son sempre dati da fare per trovare il mot juste da gridare a squarciagola dagli spalti di uno stadio, per nulla paghi di ripetere a oltranza, come una litania, il nome della loro squadra.

Da oggi però tutto questo è discriminazione territoriale: termine già di per sé odioso, assente in ogni altro regolamento sportivo dei paesi europei. Certo l’Italia è da sempre un paese diverso, lo è senza dubbio per storia, ma anche per cultura. Non ostante siano passati più di 150 anni dall’unità nazionale, il motto d’azegliano “Fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani” sembra ancora risuonare con prepotenza nelle mente della Federcalcio.

Ma siamo proprio sicuri che questi cittadini italici non sappiano ancora cos’è l’Italia? O piuttosto quello spirito beffardo e un po’ goliardico che sembra accomunare ogni tifoseria da Palermo a Milano non è invece un segnale chiarissimo di una cultura condivisa per tutto lo stivale, forse non sempre improntata al bon ton, ma decisamente viva ed originale? La verità è che sulle differenze tra regione e regione ha vissuto gran parte della comicità italiana dagli albori della nostra cultura fino ad arrivare ai giorni nostri. Sul filo delicato che si tende tra lo sfottò e la diffidenza per un vicino simile, e pure diverso da noi, si è sempre mosso lo spirito italiano, e forse da questa capacità di confrontarsi con il diverso in maniera mai ipocrita e spesso scherzosa, nasce uno strano spirito di tolleranza italiana che troppo spesso viene dimenticato.

La tendenza oggi invece sembra quella di prenderci tutti un po’ troppo sul serio nelle occasioni sbagliate, forse anche a causa di chi, delle differenze territoriali negli ultimi anni ha fatto uno strumento di propaganda politica. Non è tuttavia con la chiusura degli stadi che si educano i cittadini a un rispetto reciproco, non certo in un contesto goliardico e giocoso come quello sportivo, vanno presi provvedimenti contro presunti atteggiamenti discriminatori. Questa è solo miopia che vede offese in frasi umoristiche e poi chiude gli occhi di fronte a palcoscenici più seri come quello politico.

Capita così che un senatore si risenta per un coro da stadio che dà ai suoi concittadini dei terremotati, senza però porsi il problema etico di rimanere accanto a chi nei palazzi istituzionali, a quegli stessi conterranei, da anni, dà dei Terroni. E’ il paradosso del bel Paese, un luogo in cui da qualche decennio si è presa la cattiva abitudine di ridere delle cose serie e di piangere nelle occasioni scherzose, dando vita a uno strano mal costume che ci ha portato verso una moralità schizzofrenica e sempre più ipocrita. Ai veri napoletani sono convinto che rattristi non poco la chiusura della Curva sud dello stadio Meazza, e vedere quegli spalti vuoti in un’occasione di divertimento, sono convinto che li indigni tanto quanto vedere le poltrone di un Parlamento piene, di chi invece, della discriminazione territoriale, ne ha fatto un programma di guida di questo paese.