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“MalaMente”, ad Aversa va in scena la follia

Scritto da Clara Letizia Riccio Il . Inserito in Teatro

collettivo malaterra

“La follia è una delle cose più sacre che esistono sulla terra. È un percorso di dolore purificatore, una sofferenza come quintessenza della logica. La follia deve esistere per se stessa, perché i folli vogliono che esista. Noi la chiamiamo follia, altri la definiscono malattia.”

(Alda Merini)

Follia: miscredente corruzione dell’anima, sacrilega negazione della convenzione, obnubilante annichilimento dei paradigmi della ragione. La follia non è altro che l’inconfessata abiura di un’ortodossa normalità, un’involontaria fuga dall’ordine verso il cupo abisso del disordine, uno smarrimento dei cristallini schemi della logica per penetrare negli inesplorati meandri dell’animo umano. E proprio in queste caliginose voragini, attraverso esposizioni d’arte, musica e uno spettacolo teatrale, si immergeranno gli artisti del Collettivo Malaterra giovedì 31 ottobre dalle ore 20 presso il locale Civico 103, sito in Aversa.

Osservava Michel Foucault nel suo “Storia della follia nell’età classica” che in qualunque età storica la pazzia è sempre stata congiunta all’incondizionata alienazione del folle da parte della società. Nel Medioevo la cosiddetta “nave dei folli”, descritta come “strano battello ubriaco”, traboccava di lebbrosi e di persone possedute dallo spirito dell’insensatezza, confinati entrambi in apposite strutture, i lebbrosari; durante il Rinascimento e l’età moderna, in virtù del sovrastante trionfo della ragione, il folle viene estromesso dal consorzio sociale perché anormale e pericoloso, ma non è sufficiente la mera esclusione: affiora la necessità di adottare metodi coercitivi e repressivi nei suoi confronti (punizioni, violenze), per ricondurlo sulle vie maestre dell’oculato senno, dal momento che egli persevera volontariamente tra le sabbie mobili della sua malattia. Ma il filosofo francese appura che il pazzo non subiva l’affannoso tormento dell’alienazione prima di essere rinchiuso; egli diventa “alienato” solamente dopo, a causa di ciò che Foucault definisce “sragione”, per indicare la dimensione degli atti e dei soggetti che si esiliano dal raziocinio.

È la sragione che conduce alla pazzia e, quindi, all’emarginazione, ad un latente disprezzo da parte dell’apparato sociale, ad un’occulta paura del folle, ad una sua inespressa, ma lapalissiana condanna. Il folle è relegato nella propria torre d’avorio, scevro di qualunque speranza di rompere l’agghiacciante solitudine della quale è prigioniero. Eppure l’“insania” non si esaurisce in un’unica manifestazione.

La follia può insinuarsi nel fitto ordito della passione, che depreda la mente anche del più minuto frammento di ragionevolezza: è ciò che accade a Paolo e Francesca nel V canto dell’Inferno dantesco.

“Amor, ch'a nullo amato amar perdona

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m'abbandona.”

Persino l’amore, il più nobile tra i sentimenti umani, è punibile con l’efferato castigo infernale, perché obbedisce solo ai propri istinti, ripudiando la ragione.

Così come una lancinante nostalgia delle cose ormai perdute. Come una Penelope che si ostina incessantemente a tessere la tela in attesa di un incerto ritorno di Ulisse, così ne “I marinai tornano tardi” di Murubutu, una donna si culla nella straziante illusione che suo marito, marinaio, solcherà l’orizzonte con la sua nave un giorno o l’altro.

“Si era abituato il paese di pochi focolari,

a vederla in attesa, qualche turista chiedeva ai locali:

-Cosa fa quella vecchia alla sera con gli occhi sul porto?-

rispondevano: -Aspetta che il marito torni dal mare, dal mare

sono dieci anni che è morto”.

Oppure come chi, se potesse, volentieri si sbarazzerebbe di quelle moleste angosce, di quei travagliati pensieri, della stessa inutile esistenza, gettandosi impudicamente tra le braccia di Thanatos (morte), come un uccellino che, trafitto, non riesce più ad alzarsi per spiccare il volo.

“Sarebbe un meccanismo perfetto

Aprire le vene e metterle

Sotto le coperte e mentre il cuore

Lo pulsa fuori e la stoffa lo assorbe

Mi ritroverei vestito di sangue

E il sangue disegnerebbe la mia sagoma.”

(L’angelo più triste del paradiso, Giovanni Vanacore)

O anche come chi “dostoevskijianamente” idolatra la sua qualità di assassino, e non necessita di liturgiche giustificazioni ai suoi spietati misfatti, al contrario osanna se stesso per averli commessi e per aver prepotentemente riesumato lo spettro della giustizia, ormai corrotto.

“Non mi chiedere chi sono

il tuo cuore lo sa

sono un libro senz’anima

sono ciò che tutto

separa e numera

sono la giustizia e la galera

io sono normale

non chiedere cosa vendo

un giorno lo comprerai

posso uccidere per l’oro

o per poche lire”

(Riadattamento del monologo “Il killer” ad opera di Antonio Esposito, tratto dall’opera “Blues in sedici” di Stefano Benni)

Solo uccidendo, caldeggiando il “furor” omicida, si placano i più dirompenti e disturbanti impulsi, l’irruente desiderio di distruzione che si inerpica ad un inquietante cinismo, in virtù del quale si arriva ad etichettare come “normale” persino il categorico annientamento di una o più vite umane, per la sola soddisfazione personale.

Questo e molto altro ancora nella serata di giovedì 31 ottobre, grazie al Collettivo Malaterra.

“Un pazzo non è che una minoranza formata da una sola persona.”

(George Orwell)