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Venere in pelliccia: una perfetta dialettica servo-padrone

Scritto da Giuseppe Cozzolino Il . Inserito in Cinema & TV

Foto Peppe REV

Venere in pelliccia, ultima pellicola di Roman Polanski, presentata in concorso alla mostra di Venezia edizione 2013, è finalmente giunta nelle sale napoletane. La trama in sè non è complessa: Thomas (Mathieu Amalric), regista-adattatore del testo di Masoch per un'edizione teatrale, dopo una lunga giornata di audizioni non ha trovato l'attrice giusta per interpretare la "sua" Wanda; quand'ecco che si presenta una candidata in ritardo dallo stesso nome della protagonista del romanzo (Emmanuelle Seigner), ma dai modi di fare alquanto grotteschi. Con molta titubanza il regista si decide a concedere una possibilità alla donna, che, mai a dirsi, si rivela perfetta per il ruolo. Da questo momento in poi il tutto si risolverà in uno scambio dialettico volto a distruggere l'autorità e le certezze del regista.

L'ambientazione è unica (ossia l'interno del teatro), ma le atmosfere sono molteplici, dettate anche dai cambi di luce che si susseguono sul palcoscenico. La figura  preponderante è sicuramente quella  dell'attrice, è lei che fa avanzare la trama mantenendo sempre intatto il proprio proggetto e il ruolo che ha scelto di recitare; la grandezza di questo personaggio sta proprio nella fermezza che adopera per raggiungere il proprio scopo; ogni suo comportamento è funzionale e consapevole, e molte sono le frasi che anticipano la conclusione del film.

La struttura è quella tipica del rapporto servo-padrone, presente nella Fenomenologia dello spirito di Hegel, ove colui che sembra essere il signore, sopperisce nel momento in cui vengono meno i servigi dello schiavo, perdendo così tutta la sua autorità. In realtà, tutta la fase dinamica non è presente nel film: l'attrice è fin dall'inizio consapevole della propria indipendenza e il regista è  solo apparentemente padrone. I ruoli sono già ben definiti.

Leitmotiv del romanzo e in misura minore del film è il tema tipicamente ottocentesco della ricerca del piacere, ma proprio la sua tipicità viene meno quando questo è procurato attraverso la sofferenza fisica e psichica. Il piacere del dolore, quale esempio più lampante della relatività del sentire umano? Se anche le situazioni cambiano, le strutture umane rimangono costanti nel tempo ed ecco subito il riaccostamento alle Baccanti di Euripide, riprese nella scena finale; le distanze storiche scompaiono e un'asse, che ben rappresenta la tragicità del piacere, collega l'ultimo Euripide al romanzo di Masoch e dunque  alla pellicola di Polanski, i cui protagonisti ,gente dei giorni nostri, ben conoscono le sensazioni di Wanda e Severin.

Un film che all'apollineo, equilibrato e metodico, dell'arte di un regista con le sue piccole certezze, contrappone il caos e l'irrazionalità tipica del dionisiaco; ma se per Thomas tutto ciò è appunto caos, per Wanda rappresenta l'unico ordine possibile e immaginabile.