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Napoli, pizza, mandolini e schegge di acciaio

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Il Palazzo

BAGNOLI Agenzia Fotogramma FGR1954090 kCP 835x437IlSole24Ore Web

Come si concluderà la vicenda dell'acciaieria di Taranto? Lo stabilimento continuerà a produrre a pieno regime oppure si aprirà la piaga della cassa integrazione a turno per migliaia di operai? E l'indotto dell'Ilva di Taranto, le piccole imprese sussidiarie dello stabilimento principale saranno in grado di soddisfare una clientela diversa dalla grande impresa?

Nei giorni scorsi è stato evocato da più parti l'esperienza precedente dell'Ilva di Bagnoli come esempio di una dismissione fallimentare, che non ha riempito il vuoto creatosi con la chiusura della fabbrica. Ha avviato invece a Bagnoli procedure tortuose per il risanamento e la riqualificazione del territorio, durati una trentina d'anni, al termine dei quali le istituzioni locali e le forze politiche hanno realizzato ben pochi progetti di risanamento ambientale e di ripresa produttiva.

Sopravvive in questa esperienza di Napoli l'aspettativa di realizzare investimenti innovativi di rilancio industriale e di bonifica, con la creazione di imprese di piccola e media dimensione nell'industria manifatturiera e nell'industria dell'accoglienza, nei servizi dell'alta tecnologia e nel turismo. Ma si tratta di speranze e previsioni che non poggiavano su progetti imprenditoriali, che non si affidavano ad agenzie pubbliche nè a gruppi di produttori privati.

Avverrà lo stesso a Taranto? La riconversione dell'acciaieria riassorbirà i ventimila addetti tra lavoratori alle dirette dipendenze dell'Ilva e impiegati nell'indotto, dopo averli riqualificati professionalmente?

Il caso di Bagnoli a prima vista indurrebbe al pessimismo. Pessimista però è solo chi s'illude che il ciclo dell'economia segue nell'ascesa e nel declino uno schema ripetuto di soggetti, esperienze, modelli produttivi. Non è così. Il capitalismo, il mercato fatto di attori privati che si coordinano per lo più ex post, a cose fatte, procede per prova ed errori, segue traiettorie di successi e di fallimenti, si muove singhiozzo. Genera una distruzione creativa delle iniziative produttive, una catena di disastri (imprese che chiudono, capitali che si liquefano, uomini e donne che perdono il posto di lavoro) disastri che convivono con i successi (nuove produzioni, tecnologie di prima generazione, qualifiche professionali e impieghi di lavoro umano mai sperimentati).

Il movimento economico perciò non è sempre un gioco a somma zero: nel complesso la collettività potrebbe guadagnare più di quanto perde. Compito delle istituzioni pubbliche e della politica che le governa, è aiutare le persone che soccombono o stentano ad inserirsi nel processo di sviluppo, nell'innovazione produttiva, e agevolare coloro che invece sono pronti a inserirsi nel cambiamento perchè sono giovani, acculturati o pronti a dotarsi delle conoscenze necessarie.

Tornando al caso di Napoli, dopo la dismissione degli altoforni di Bagnoli la città e il suo retroterra hanno tentato per tre decenni di percorrere a tentoni altre strade diverse dal rilancio dell'industria manifatturiera di dimensioni medio-grandi. Imprenditori e lavoratori hanno puntato sull'industria dell'accoglienza (servizi di alloggio e di ristorazione) e sulla valorizzazione del ricco patrimonio storico e di bellezze naturali sedimentato sul territorio.

L'operazione è in gran parte riuscita ma ha presentato i suoi pericoli e ha scontato nell'immediato dolorosi costi sociali. Il pericolo maggiore viene dalla mobilità internazionale delle imprese, cresciuta nell'ultimo decennio, per cui la localizzazione degli impianti manifatturieri e il trasferimento delle produzioni da un paese all'altro avvengono velocemente in base ai costi d'impianto, agli incentivi elargiti dai governi stranieri e soprattutto in base al differenziale nel lavoro, nella produttività lavorativa e nel livello dei salari. Il costo sociale della mobilità imprenditoriale è la disoccupazione provocata in un mercato del lavoro come quello di Napoli e del Mezzogiorno che trova sbocchi limitati nell'industria e occasioni d'impiego per lo più nei servizi a basso reddito.

E le istituzioni pubbliche napoletane che ruolo giocano in questo scenario sociale in cui i benefici sono soverchiati dagli svantaggi? Gli enti locali (Regione, Città metropolitana, Comune di Napoli) sembrano occupati da personaggi occasionali, con scarse competenze combinate con alte pretese di sovraesposizione personale, quelli, per intenderci, che convalidano il motto di Edoardo Scarfoglio ("Napoli è l'unica città coloniale priva del quartiere europeo"). Ovvero è la città dove la napoletanità, intesa come tradizione di cultura e di costumi aperti all'innovazione, è degenerata in napoletaneria la quale, come nota Marco Demarco nel suo recente saggio Naploitation, punta sulla fame e sull'ignoranza, fa leva sul sentimentalismo e sulla superstizione, e arriva a vellicare il fanatismo sportivo.