fbpx

“Ultimo tango a Parigi”: la disperata danza di Eros e Thanatos

Scritto da Clara Letizia Riccio Il . Inserito in Port'Alba

ultimo tango a parigi

«Forse non era altro che una fantasia su come avrei potuto avere una storia senza pesanti sensi di colpa. Una storia segreta. Una storia senza debiti. Un sogno universale. Tenere tutto chiuso dentro in una stanza, l’amore, il dolore, il piacere. Senza ferire nessuno, senza far sapere nulla di sé e senza conoscere nulla dell’altro. Due persone in stato di grazia. Solo questo.»

Era il 1972, quando Bernardo Bertolucci, uno dei pupilli della settima arte, partoriva uno dei suoi più conturbanti e sterminati capolavori: “Ultimo tango a Parigi”.

Sulla scia delle malinconiche note del sax di Gato Barbieri, la pellicola esordisce fin dal primo istante esibendo impudicamente il tenue afflato di solitudine, che aggiogherà i due protagonisti, sullo sfondo di una Parigi che, soltanto di soppiatto, si svela sulla scena. “Ritratto di Lucian Freud” e “Studio per un ritratto di Isabel Rawstorne” sono le due opere di Francis Bacon che, comparendo nel preludio del film, figurano al meglio l’intemperante scostumatezza delle pulsioni che incessantemente urtano contro la clausura dell’anima.

Fin dai primi fotogrammi il daimon di Eros si impossessa di Paul (Marlon Brando) e Jeanne (Maria Schneider), imbrigliandoli nell’ordito di una relazione dai contorni solo apparentemente sessuali, che si consuma, senza che i due personaggi conoscano nulla l’uno dell’altra. Le identità sociali, così borghesemente distintive, sbiadiscono innanzi al trionfo dell’unica, egemone verità: quella di due corpi che si amano, abbandonandosi ad una primordiale animalità, ad un’istintuale brutalità, che annulla tutto ciò che è al di fuori dell’appartamento parigino, in rue Jules Verne.

Sul palcoscenico di quello stesso appartamento, nei pressi del ponte Bir Hakeim, Eros e Thanatos ballano una voluttuosa danza, logorandosi a vicenda, ma stringendosi in un lungo, febbrile abbraccio, proprio come Paul e Jeanne. Quello stesso abbraccio, dai tratti batailliani, che li tiene avvinghiati in nome della trasgressione che, come affermava Michel Foucault, non è altro che “un gesto che concerne il limite”. Nella filosofia di Georges Bataille, la trasgressione si inalbera come l’encomiabile strumento attraverso il quale poter sperimentare un’estasi mistica; quell’estasi mistica che, senza pensarci due volte, si getta tra le braccia dello spirito dionisiaco nietzschiano, intonando sempre e solo un unico “Sì” alla vita, persino al cospetto della morte. È proprio con l’«esperienza negativa» della trasgressione, che si snoda attraverso pratiche sadomasochistiche, attraverso una sempiterna violenza perpetrata nei confronti dell’altro, che l’uomo stesso si eleva sino all’akmè, al senso di totale pienezza di se stesso, in grado di competere addirittura con lo spettro della morte. Del resto, asseriva De Sade, d’accordo con Nietzsche, che solo trasmutando il dolore in piacere, è possibile raggiungere il principio della saggezza.

L’essenza inossidabilmente eretica (e trasgressiva) della pellicola squarcia il grande schermo soprattutto con la celeberrima scena del burro. Marlon Brando, trascinando con un piede un panetto di burro, penetra analmente Maria Schneider, immobilizzandola e dissacrando una delle istituzioni più liturgiche dell’intera società occidentale: la famiglia.

«E adesso ripeti insieme a me […]: santa famiglia, sacrario di buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, dove la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo.»

Il discorso tendenziosamente politico raccoglie la più sovversiva didascalia pasoliniana: il rovesciamento caustico di valori indelebili e dispotici come l’educazione perbenista, la ribellione coriacea contro il padre, contro dio, contro ogni istituzione. L’unico, effettivo territorio libero è ancora una volta la trasgressione che, sola, consente di scardinare i tabù della propria epoca ed avere un’adamantina visione con l’esclusivo ausilio della propria intelligenza. E l’indomabile indocilità dei due protagonisti si usura nelle pieghe di un traboccante e sfrenato erotismo, si estenua nei meandri di una perversa solitudine, solo apparentemente sconfitta con il contatto carnale dei corpi. Paul, infatti, disperatamente azzarda a procrastinare il suo appuntamento con la morte.

Eppure l’ombra di Thanatos irrompe ripetutamente tra le sequenze dell’opera del regista parmense. Nella prima scena, il primo piano di Marlon Brando, venuto a conoscenza del suicidio della moglie, rassomiglia all’Urlo di Munch, contratto in una lancinante afflizione; così come Jeanne, ventenne borghese, sulla quale alita costantemente il fantasma del padre morto. In origine, infatti, Bertolucci aveva intitolato il film “Le petite mort”, espressione che nella terminologia francese assume il significato di orgasmo.

La perturbante eterodossia delle inquadrature, i colori caldi della fotografia di Vittorio Storaro che fanno rassomigliare l’interno dell’appartamento a delle pareti uterine, l’ammaliante impudenza delle riprese erotiche valsero nel 1976 il rogo della pellicola e la perdita dei diritti civili per Bernardo Bertolucci, sebbene l’Ultimo tango fosse stato elogiato da personaggi del calibro di Michelangelo Antonioni e Pauline Kael. Quest’ultima rintracciò mirabilmente anche l’inconfessato legame di Bertolucci con il cinema neorealista, realizzato con pellicole quali “La commare secca” e “Il conformista”. La stessa Jeanne, afferma la Kael, è nitida effigie del movimento “Dopo la rivoluzione”: la borghesia che tracima dai propri schemi fintamente rigoristi ed austeri, che rifugge dall’opprimente miraggio di un matrimonio con un regista qualunque, avventurandosi nelle braghe di una pericolosa libertà ed estasi dei sensi.

Nel 1987, grazie al giudice Paola Colella, “Ultimo tango a Parigi” fu definitivamente riabilitato, regalando agli spettatori una pietra miliare del cinema italiano.

Ancora oggi sono memorabili le ultime sequenze: il tango blasfemo e struggente di Paul e Jeanne che, contro ogni dettame, scherniscono quell’ambiente, troppo ligio alle regole; l’inseguimento efferato di Jeanne da parte di quest’ultimo; l’assassinio inaspettato di Paul. “Ultimo tango” è l’eterna danza di un uomo ed una donna che approvano la vita fin dentro la morte, l’onirico viaggio di due anime nel tentativo disperato di annientare la solitudine, l’unione carnale, fino al midollo, di due assenze.

“Ho attraversato l’Asia e l’Indonesia, ma ora t’ho trovata. Voglio sapere il tuo nome.”