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La tradizione dura a morire dell’ala-kachuu e il documentario “grab and run”

Scritto da Vitaliano Corbi Il . Inserito in Cinema & TV

grab and run

“Grab and Run” è un documentario del 2017 incentrato sulla rinascita, in seguito all’indipendenza acquisita dal Kirgisistan nel 1991, di un’antica tradizione kirghisa che prende il nome di “Ala-Kachuu”.


La regista catalana Roser Corella nasce come giornalista video per TV3, ma il suo spiccato interesse nei confronti dei temi sociali o anche semplicemente umani, l’ha indotta a intraprendere la strada dell’auto-produzione.

La pratica dell’“Ala-Kachuu”, traducibile come “presa e fuga”, consiste nel “rapimento della sposa” eseguito dagli uomini kirghisi con il fine di sposare la donna scelta. Roser Corella è guidata dal lodevole intento di mettere in risalto un fenomeno in penombra, per quanto di per sé scioccante e incomprensibile all’occhio occidentale.

Colpisce in particolar modo la vittoria schiacciante della tradizione sulla legge, poiché l’“Ala-Kachuu” era stata vietata in epoca sovietica e resa illegale. Tuttavia, nel Kirgisistan moderno le donne non hanno l’effettiva possibilità di ricorrere con successo a vie legali per impedire di essere rapite e sposate.
È interessante notare nel corso del documentario come, del resto, il parere delle donne differisca da persona a persona, oscillando tra la radicale disapprovazione, un incondizionato consenso e un’incerta via di mezzo.

La regista non mostra un intento estremamente critico; non è manifesto un netto schieramento morale, una condanna implacabile, ad esempio, attraverso le scelte formali, ma si prova a restituire al pubblico la realtà esistente con l’obiettivo di raggiungere una neutralità e uno sguardo il più possibile oggettivo.

Il fine del documentario, interrogandoci se sia giusto cercarne analiticamente uno, pare essere la conoscenza di un diverso modo di intendere e attuare il matrimonio, mostrando anche gli aspetti più drammaticamente tragici, tra cui l’ostacolo alla libertà di scelta della donna, che per il mondo occidentale risulta una negazione del più fondamentale dei diritti umani.

“Grab and Run” ci pone dinnanzi a due possibilità d’atteggiamento, se scegliamo di essere un pubblico attivo e non formato da consumatori passivi, cioè: un atteggiamento universalistico o un atteggiamento relativistico, entrambi forse da non sposare integralmente.
Il totale rifiuto del “rapimento della sposa” è sicuramente figlio dell’universalismo, per cui la legge universale della libertà di scelta e della condanna della coercizione, non permette di comprendere né di accettare l’“Ala-Kachuu”.

Ma è anche un atteggiamento colonialista, probabilmente non rispettoso dell’alterità.

Viceversa, ritenere sia giusto che nel Kirgisistan avvenga ancora oggi una pratica del genere, mettendo totalmente da parte l’indignazione, è forse abbracciare eccessivamente uno sfrenato relativismo culturale.
Si tratta, in sostanza, di due soluzioni anti-comunicative, ed è per questo che “Grab and Run” appare utile essendo un documentario che per sua natura riveste una questione sociale di difficile interpretazione e giudizio di uno strato di maggiore comunicabilità.

Il film di Roser Corella diventa un ponte che prolunga la nostra ristretta esperienza occidentale, amplia il nostro sistema di idee e valori, ma fa emergere anche e soprattutto dei dati dolorosi e inquietanti

Per quanto riguarda le scelte registiche, quindi innanzitutto il contenuto delle inquadrature, “Grab and Run” non possiede momenti particolarmente sbalorditivi, scorrendo dall’inizio alla fine con un grado costante di intensità, senza raggiungere picchi di tensione, servendosi per lo più di interviste alla gente kirghisa, o mostrandoli alle prese con la loro vita ordinaria.

L’atto del rapimento, ripreso solamente al termine del documentario, appare a tratti un po’ meccanico e artificioso, purtroppo coerente con la leggera monotonia del resto.