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Preistoria e storia della Campania (seconda parte)

Scritto da Antonio Capotosto Il . Inserito in Port'Alba

Rivoltà di Masaniello

La Campania fu sconvolta dagli avvenimenti successivi alla caduta dell'Impero romano d'Occidente (476 d.C.), con le successive occupazioni da parte degli Eruli, prima dei Goti, dei Bizantini poi, conservando tuttavia l'unità amministrativa ereditata dai Romani. Seguirono i Longobardi (sec. VI), i ducati di Salerno, Benevento e Capua (trasformati più tardi in principati).

Napoli intanto, sottrattasi all'influenza bizantina, sotto la dinastia dei Sergi (sec. IX) raggiunse una posizione di notevole prestigio. La vita politica e la fiorente attività economica e commerciale si spostarono verso la Sicilia con l'arrivo dei Normanni che tendevano a espandersi verso l'Oriente (periodo delle Crociate). La Campania, divisa nei giustizierati di Terra di Lavoro, Ducato di Amalfi e principato di Salerno, perse oltre alla sua unità anche autonomia e prestigio entrando nel sistema amministrativo generale dell'Italia meridionale. Solo Salerno e Napoli conservarono alcuni privilegi con le concessioni di Tancredi (sec. XIX).

Sia i Normanni che gli Svevi (subentrati a questi nel 1194) lottarono contro ogni interferenza del papato, i grandi feudatari e le velleità autonomistiche della città. Essi costituirono uno Stato che per ordinamenti e concezioni fu uno dei più moderni del tempo. Con la morte di Federico II di Svevia, lotte sanguinose infransero tragicamente il sogno di dominio dei suoi eredi. Nelle battaglie di Benevento (1266) e di Tagliacozzo (1268), Manfredi e Corradino persero la vita a opera di Carlo d'Angiò, capostipite degli Angioini, che portò la capitale da Palermo a Napoli nel 1282.


Con i suoi eredi la Campania conobbe un periodo di benessere, fino alle lotte tra Angioini e Aragonesi, che dominarono dal 1443 al 1504. La discesa di Carlo VIII e l'intervento di Ferdinando d'Aragona fecero della Terra di Lavoro il teatro di continue battaglie, finché la Spagna con la conquista di Napoli nel 1503 rimase padrona del regno, che a partire dall'anno seguente fu affidato al governo di un viceré.

La situazione interna, prospera all'inizio, peggiorò a poco a poco con l'indebolimento della Spagna dovuto alle continue guerre da essa sostenute; il regno oberato di balzelli andò impoverendosi, generando malcontento negli strati popolari, la cui manifestazione più clamorosa fu la rivolta del luglio 1647, guidata da Masaniello. La situazione migliorò quando, dopo venti anni di dominio austriaco, la corona passo a Carlo di Borbone (1734) i cui discendenti regnarono fino al 1860, salvo le due interruzioni del 1799 (Repubblica Partenopea) e del 1806-15 (regni di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat). L'azione riformatrice di Carlo III (1734-59) e dei Tanucci durante la minorità di Ferdinando IV giovarono soprattutto alla Campania, sede della Capitale, che beneficiò anche delle grandiose opere pubbliche innalzate.

Caduto Murat, i Borboni esuli in Sicilia tornarono: essi non seppero comprendere lo spirito dei tempi nuovi e generarono malcontento. Sorse la Carboneria, che in Campania trovò ampia diffusione; da Nola partì la rivoluzione del 1820; nel Cilento si ebbero i moti del 1828 e anche nel 1848 fu Napoli la prima città di terraferma che si agitò e obbligò Ferdinando II a concedere la Costituzione, che però ebbe breve vita. La spedizione dei Mille vide la Campania accogliere trionfalmente Garibaldi, la cui vittoria nella battaglia del Volturno (ottobre 1860) segnò la fine della dinastia borbonica. Durante la Seconda guerra mondiale gli Alleati utilizzarono la Campania come loro massima base logistica in Italia, anche dopo che si erano aperti le vie di Roma.