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Nell’occhio del ciclone

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Vac 'e Press

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La pandemia da COVID-19 ha oramai coinvolto l’intero pianeta. C’è chi la paragona ad una guerra mondiale, e non gli si può dar torto, perché l’atmosfera è talmente cupa da evocare tempi di guerra. Una guerra difficile, contro un nemico invisibile, ma non per questo meno letale.

Al contrario, persino più difficile da combattere. In prima linea non ci sono soldati armati di fucili e bazooka, ma medici ed infermieri, spesso senza le protezioni adatte; ne sono testimoni i numerosi contagi avvenuti fra di loro, vittime inevitabili di battaglie dall’esito ancora incerto. Ma soprattutto, e le nostre speranze sono rivolte a loro, invisibili e silenti, i numerosi scienziati e ricercatori che stanno cercando rimedi, armi strategiche contro il virus, per contrastarne la temibile avanzata.

Tutti ci auguriamo che il più presto possibile riescano a trovare l’arma finale: il vaccino.

Immediatamente dietro, ma non per questo meno importanti, ci sono i giornalisti e tutti coloro che hanno il potere di diffondere notizie; ed allo stesso tempo, se hanno il dovere di informare la popolazione, hanno altresì quello di non propagare panico e falsità, le tanto temute “fake news”, che in questo momento proliferano sui social e via whatsapp. Poi c’è la stragrande maggioranza della popolazione, a cui è stato chiesto uno sforzo non da poco, cambiare le proprie abitudini, e non uscire di casa. La resistenza. La gente, la massa della popolazione, lo sta facendo. Le violazioni arbitrarie, a dire il vero, sono poche, sanzionate e viste con molto malumore da chi, invece, è ligio alle consegne e fa i sacrifici richiesti con uno spirito collaborativo e di solidarietà. I trasgressori, sono trattati come gli “untori” di manzoniana memoria.

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I pochi paesi che sembra siano per il momento esenti da casi di coronavirus, e risparmiati da questa terribile epidemia, non si fanno illusioni. In tempo di globalizzazione, perdonatemi la facile battuta, si è globalizzato anche il virus. Chi prima, chi dopo, dovrà fare i conti, direttamente o indirettamente, subendone solo le conseguenze, con lui. Un continente che sembrava inizialmente risparmiato, o forse era solo la pia speranza di chi conosce le sue precarie organizzazioni sanitarie, è l’Africa. Abbiamo sentito nei vari telegiornali, che lì, per il momento, il paese più toccato è il Sudafrica, come se il COVID-19 avesse una predilezione per i paesi più sviluppati. Purtroppo, non è così, ma semplicemente, proprio perché più sviluppati hanno i mezzi per scoprire prima di altri i focolai d’infezione. Ho parlato al telefono, ieri, con amici che vivono in Marocco, e che mi dicono che la situazione è esattamente come da noi, ed in Mali. Al contrario, nel paese sub-sahariano, già straziato da una poco nota, ma non per questo meno sanguinosa, guerra civile, ancora non si registrano casi.


Invece di chiamarla guerra, nel titolo ho volutamente, in maniera ottimistica, paragonato la situazione ad un ciclone, e lo stiamo attraversandolo in pieno. Siamo nell’occhio del ciclone, dove regna una falsa quiete, come molti sanno, senza essere per questo esperti di meteorologia, prima di subire il ritorno della tempesta. In questo momento di relativa calma, dove tutto sembra ovattato, non si sentono più clacson strombazzanti né altri rumori di traffico, non ci sono risse calcistiche né clamori e schiamazzi da bar e baretti, e le strade sono pressocchè deserte, ognuno di noi può riflettere e fantasticare su quello e soprattutto cosa, sarà il dopo.

Il tanto agognato quanto temuto, fine “allarme rosso”.

Noi Napoletani ci possiamo consolare pensando a Eduardo De Filippo: “adda passà ‘a nuttata!”.