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Chi può metta, chi non può prenda: la generosità spezza le barriere dell'egoismo

Scritto da Mariano D'Antonio Il . Inserito in Vac 'e Press

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E' tornata la prassi della solidarietà spontanea tra i napoletani nei giorni della bufera scatenatasi con l'epidemia del corona virus. Oggi l'aiuto prestato ai deboli si chiama panaro solidale e consiste nel riempire di cibo un paniere di vimini collocato per terra, dal quale i poveri potranno prelevare quanto gli occorre per sfamarsi.

 

Sul paniere è affisso un messaggio di poche righe: "chi può metta, chi non può prenda", un'espressione che si fa risalire al Santo Giuseppe Moscati, un medico che è rimasto scolpito nella memoria collettiva del Pallonetto di Santa Chiara a Napoli.

In questi giorni di sconquasso sociale, quando la popolazione povera, gli anziani che vivono di una pensione sociale, i disoccupati che non guadagnano il necessario data la paralisi che ha investito l'economia locale, non hanno di che sfamarsi, la comparsa e la diffusione del panaro sociale riempie un vuoto che in altri tempi sarebbe stato riempito da una prassi di piccole istituzioni informali che si erano sviluppate a Napoli.

Una di queste, nata dalla pratica spontanea degli abitanti nei bassi dei quartieri spagnoli, era la cosiddetta cassa (in dialetto la cascia), in cui si raccoglievano i contributi spontanei della gente per finanziare una festa collettiva. La festa era di solito una gita ad un Santuario come quello della Madonna di Montevergine. La gita si svolgeva a settembre, portava un gruppo di persone al Santuario e alla fine di una cerimonia religiosa i partecipanti consumavano un lauto banchetto in un ristorante rustico. Tutta la spesa (il viaggio in una o più automobili, i vestiti estivi sgargianti indossati specie dalle signore, il conto del ristorante) era finanziata dalla "cascia" dove si erano accumulati mese dopo mese i contributi dei devoti del quartiere.

La somma accumulata per mesi era stata amministrata da una persona (di solito un'anziana signora) di indiscussa reputazione e serviva anche a sostenere, nei mesi precedenti la festa spese impreviste dei partecipanti. Alla scadenza comune della gita, della visita al santuario e del banchetto finale, i prestiti non gravati da interessi erano stati restituiti all'amministratrice della cassa.

Da adolescente partecipavo insieme con altri ragazzi alla gita per Montevergine e ai festeggiamenti autunnali che qualche critico ha in seguito etichettato come pagani sotto le sembianze religiose. Questi episodi erano comunque un segno di spirito comunitario che a quei tempi ancora accomunava il popolo napoletano.
Gli eventi successivi che hanno coinvolto l'economia e la società di Napoli, hanno appannato ma non hanno sradicato del tutto le pratiche di solidarietà che erano diffuse in città.

Oggi nei cosiddetti Quartieri spagnoli abitano per lo più stranieri, immigrati dal Terzo mondo mentre la popolazione originaria è diventata una minoranza. Gli anticorpi che gli abitanti di un tempo avevano sviluppato contro la malavita e l'usura sono stati stati soverchiati dalla commistione di droga e delinquenza spicciola che dilaga tra i giovani.

Ma l'idea e la pratica rinnovata del panaro solidale riprendono i costumi di altri tempi più felici quando i riti collettivi, laici e religiosi, erano un collante sociale.