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Bali: un’isola dalla cultura antica – prima parte

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Port'Alba

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Internazionalmente conosciuta come paradiso tropicale, è una delle mete più gettonata al mondo, per le sue spiagge, le sue risaie spettacolari, e tra gli anni ’80 e ’90, per la vita notturna, dove tra “rave” e “full-moon” party, potevi incontrare Mick Jagger e Rod Steward, Naomi Campbell e Paola Barale.

Ma salta immediatamente agli occhi, e non c’è bisogno di essere viaggiatori esperti o antropologi dilettanti, che l’isola ha una cultura e dei costumi del tutto particolari. Unici al mondo. La prima cosa che il turista nota, sono dei cestini di paglia finemente intrecciati, anche di misura minima, quanto un pacchetto di sigarette, contenenti fiori, chicchi di riso e pezzettini di frutta. Vi verrà immediatamente detto, da conoscitori più anziani dei luoghi, di fare attenzione e non calpestarli.

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Attualmente, nelle zone turistiche di Kuta e Sanur, o a Denpasar, il capoluogo, i locali oramai assuefatti ai numerosi stranieri, non ci fanno più caso, ma nelle campagne e nelle zone montuose, la cosa potrebbe urtare la suscettibilità degli astanti, perché sono offerte agli dei. La particolarissima religione dell’isola, l’Induismo Balinese, che è un sincretismo, come la Santeria cubana e la religione Sikh, è un miscuglio di credenze animistiche, e l’induismo degli antichi popoli indù, qui migrati attraverso la penisola malese e Giava. Praticata solo nell’isola di Bali, ne scandisce i giorni e la vita. Il particolarissimo e astruso calendario balinese, il “Pawukon” divide l’anno in 210 giorni, secondo particolari settimane, non sempre uguali, ed una quantità tale di festività religiose, che uno straniero, anche dopo anni di permanenza sull’isola, francamente si perde.

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Una delle festività, “upacara”, in lingua locale, più pittoresche e bizzarre, è lo “gneppy”, che dura tre giorni. Giorni in cui, non solo è proibito uscire, ma anche accendere luci artificiali, solo flebili candele, e fare musica e qualsiasi altra forma di rumore. Ci sono gli spiriti maligni, a spasso, sciolti, per le strade dell’isola, pronti a catturare l’incauto, che non si è nascosto in tempo. I Balinesi si difendono costruendo gli “ogokok”, orrende statue dalle sembianze di mostri, veri capolavori di cartapesta ed altri materiali, che mettono in fuga gli spiriti cattivi, e il terzo giorno, con lo scampato pericolo, li bruciano in segno di festa.

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Il Balinese, di carattere allegro e fantasioso, si è saputo adattare ai tempi moderni, e da quando l’automobile è entrata a far parte della sua vita, ha creato una cerimonia speciale per le macchine: “upacara movil”. In quel giorno, tutte le auto sono agghindate a festa, e ricolme di offerte per gli dei. La motocicletta, invece, non il motorino, mezzo di trasporto popolare, di cui quasi la totalità della popolazione è dotata, ma l’Harley Davidson, o qualcosa di similmente grande e potente, è appannaggio degli “Agung”, l’equivalente della casta dei brahamini indiani, che le cavalcano fieri, con la loro lunga capigliatura, che non tagliano mai, al vento.

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Hanno il diritto di non lavorare, e di essere serviti dalle loro donne e sentono superiori a tutto il resto della popolazione. Venivano soprannominati, dagli stranieri, i cow-boys di Bali, e riscuotevano, negli anni passati, grande successo con le donne occidentali, salvo poi, spiacevoli sorprese. L’intera popolazione è divisa per congregazioni religiose, che si identificano con i colori dei “sarong”, i parei che noi usiamo per andare a mare.

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Un esempio di grande abilità ed ingegno, è il “subak”, un sistema d’irrigazione per le risaie a terrazze, che sono di per se uno spettacolo affascinante e di gran richiamo per i turisti. Abbiamo visto qualcosa di simile in un articolo sull’Oman, pubblicato lo scorso dicembre su QdN.

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Il centro della vita culturale balinese, attualmente è Ubud, ameno villaggio, situato nel centro dell’isola, e circondato da foreste sacre, dove scorazzano indisturbate padrone, scimmie sacre, e splendide risaie. Qui si possono ammirare danze tradizionali, accompagnate da musiche originali, come il “gamelan” ed il “legong”, suonate con strumenti di origine antichissima.

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