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Flores e Timor

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Port'Alba

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Continuiamo a dirigerci verso est, verso l’Oceano Pacifico e le terre Australi. Più andiamo in quella direzione e più ci allontaniamo dalla civiltà. L’isola di Flores è stretta e lunga, ben 360 chilometri, e nel suo punto più largo, ne misura 70. È lì che ci sono le montagne più alte dell’isola e si producono riso e caffè.


La più grande attrazione del luogo è il sito di Keli Mutu, che consiste in tre crateri vulcanici, dove ciascuno ospita un lago dalle acque di colore diverso. Uno nero, l’altro azzurro, ed il terzo verde. Tuttora le teorie sulle diverse colorazioni delle acque sono diverse, nonostante le numerose analisi effettuate, una parla di alghe e l’altra dei differenti sali presenti nella composizione delle stesse. Lo spettacolo è enormemente suggestivo, ma bisogna recarsi sulla cima della montagna, all’alba, per vedere contemporaneamente i tre laghi, che immediatamente dopo il sorgere del sole, vengono avvolti dalla nebbia. Nonostante la salita sia molto faticosa, il panorama ripaga abbondantemente tutti gli sforzi.

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Siamo nella provincia di Ende, la più grande città di Flores, ma la zona resta selvaggia ed incontaminata. Nei pressi del villaggio di Moni, da dove si parte per la salita del Keli Mutu, vive la tribù primitiva dei Lio, originaria della vicina Sumba. Costoro vivono, ignorando il ventunesimo secolo, senza energia elettrica, ed usando i loro antichi sistemi, sia per la caccia, che per l’agricoltura. È possibile visitare la riserva dove sono preservati dai tempi moderni, e possono conservare i loro costumi, sebbene molti giovani desiderino integrarsi, ed il popolo si avvia, lentamente, verso l’estinzione.

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Il mare è incontaminato e pescosissimo, e ci sono numerose spiagge incantevoli, tra le quali voglio citare quella presso Sikka, dai ciottoli di un’incredibile colore verde. Qui ci sono pescatori di conchiglie, cipree nel caso particolare, con cui artigiani locali fabbricano particolari oggetti in madreperla, anche se la maggior parte è destinata all’esportazione.

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All’estremo est c’è il piccolo porto di Larantuka, cittadina affascinante, dove la popolazione è quasi interamente cattolica, probabilmente per la vicina presenza dei Portoghesi, nell’isola di Timor. Questo è l’ultimo baluardo della civiltà, oltre ci sono gli arcipelaghi delle Solor e delle Alor, dove non arriva nessuna nave passeggeri, né alcun aereo di linea, e la popolazione pesca ancora la balena con le piroghe e gli arpioni.

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Timor, possedimento portoghese fino al 1975, anno in cui cadde la dittatura lusitana, e le colonie tornarono indipendenti, spesso con sanguinose guerre civili, come in Angola e Mozambico. Nemmeno quest’isola tropicale è potuta sfuggire al suo destino, e per anni la popolazione non ha conosciuto pace. Il presidente Suharto, negando l’indipendenza all’isola, inviò le truppe del generale Wiranto, il cui soprannome, il macellaio di Timor, è tutto un programma. Caduto lui, la politica dei suoi successori, più pacifica, ha portato ad una divisione dell’isola in due parti. Ad ovest, la parte indonesiana, con capoluogo Kupang, ed a est Timor Leste, indipendente, con capitale Dili.

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Il nome stesso è in se una sintesi del paese, in cui si mischiano le culture, Indonesiane degli abitanti, e Portoghesi dei vecchi coloni, rimasti qui per più di quattro secoli: Timor, in Malese, significa est, essendo l’isola più orientale dell’arcipelago, e Leste, è la sua traduzione in Portoghese. La guerra fu mascherata da scontro religioso, ma non era così, i motivi erano ben altri, infatti in entrambe le parti vivono pacificamente, a stretto contatto, musulmani e cattolici. Sull’isola si trova, come ovunque in terre cattoliche, una grotta dove è comparsa la Madonna a delle contadinelle. La cattedrale di Dili, nota come Moatel Church, è la più grande chiesa del Sud-est asiatico, ed è stata visitata da papa Giovanni Paolo II.