fbpx

Sognare la magia di Hollywood da casa: con la nuova serie Netflix non è mai stato così appagante

Scritto da Vitaliano Corbi Il . Inserito in Cinema & TV

hollywood wide

Tra le novità di maggio su Netflix, a mio parere, spetterebbe un posto da prima in classifica alla miniserie "Hollywood", creata da Ryan Murphy con Darren Criss e Jim Parsons.
Sarà perché siamo soltanto all'inizio del mese, o perché i fruitori più accaniti della celebre piattaforma streaming aguzzano gli occhi e le orecchie per il romanticismo povero e manieroso della serie italiana "Summertime", ma di "Hollywood", che il romanticismo vero e sofferto lo porta in scena senza mezzi termini, non se ne sente parlare abbastanza nella nostra penisola.


Sognare la magia della Hollywood "classica" dalla reclusione che ognuno di noi, in maniera diversa, sta attraversando a causa della pandemia, è benefico e rigenerante al punto che la miniserie firmata Murphy risulta per i cinefili un antidoto che ho sentitamente voglia di consigliare.

L'anno raccontato da "Hollywood" è il 1947: la città del cinema per eccellenza è un'enorme macchina generatrice di star, idoli e "happy endings", ma anche di sogni infranti, di negazioni avvilenti per minoranze speranzose di fare carriera; una macchina che per funzionare è alimentata soprattutto da corruzione e spudorata discriminazione, mascherata da un rigorismo ipocrita morale e intellettuale.

I protagonisti della miniserie sono in gran parte dei reietti, a causa della propria omosessualità o del proprio colore della pelle. Ci è quindi mostrata una Hollywood spesso spietata ma capace di garantire fama e notorietà a sceneggiatori, registi, attori e via dicendo. I nostri reietti si barcamenano nel tentativo di concretizzare i loro sogni che ad ogni episodio rischiano di disintegrarsi, sbattendo duramente su ostacoli all'apparenza insormontabili.

C'è una considerazione realista, purtroppo triste, da dover fare in merito agli ostacoli che gli ambiziosi protagonisti di fantasia, svantaggiati dalla loro condizione sociale, riescono a superare puntualmente con successo. Tali ostacoli non furono così semplici da abbattere, né tantomeno si riuscì ad aggirarli come nella miniserie Netflix.

La proposta del regista Ryan Murphy suona piuttosto come un: "Cosa sarebbe successo se si fossero date possibilità in più a certa gente? L'identità stessa del cinema americano e, in parte del mondo, sarebbe stata diversa da come la conosciamo oggi?".

Ciò che rende la visione di "Hollywood" una piacevolissima esperienza è la dimensione colorata e fiabesca sporcata qua e là dal marcio necessario a non rendere stucchevolmente irreale ed edulcorata la narrazione di un periodo controverso della storia del cinema; una narrazione senza retorica che ad oggi è una qualità nient'affatto scontata.
Si potrebbe obiettare che, tutto sommato, la verosimiglianza non è il pregio della miniserie e che "Hollywood" non sia un ritratto fedele e corretto della realtà.

A tal proposito inviterei chi ricerca a tutti i costi l'aderenza al reale a godere di ottimi documentari per soddisfare il perenne bisogno di realismo e lasciar stare una miniserie che documentario non è per niente nè si sforza di esserlo.

Il Maestro Hitchcock, che il sistema hollywoodiano lo conobbe così bene da procedere alla sua destrutturazione, rispondeva, nel libro "Il Cinema secondo Hitchcock" pubblicato per la prima volta in Francia nel 1996 dal regista Truffaut, a chi lo accusava di non praticare la verosimiglianza: "Chiedere a uno che racconta delle storie di tener conto della verosimiglianza mi sembra tanto ridicolo come chiedere a un pittore figurativo di rappresentare le cose con esattezza (...) Un critico che mi parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione".