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L’Angolo del Libro QDN, Presenta: “La Vita Schifa”, di Rosario Palazzolo.

Scritto da Francesco Verdosci Il . Inserito in Letteratura

La Vita Schifa Palazzolo Copertina

Palermo, 2007: un uomo racconta, da morto, il suo ultimo anno di vita spiegandoci i perché ed i per come, catapultandoci in un (non ?) luogo al confine tra l’iper realismo ed il fantasmagorico, segnato da una cultura che propone ed incita senza sosta nuove speranze soltanto per il diabolico gusto di vederle sfiorire. Il protagonista di questa vicenda a tinte fosche – che più fosche non si può - è Ernesto Scossa, un killer cattivissimo che in fondo al cuore cela un uomo buono, dalla sensibilità estremamente spiccata.

La Vita Schifa” – edito per Arkadia Editore / sideKar - è dunque il racconto duro, struggente, accattivante, palpitante di un uomo buono trasformato in cattivo dopo aver vissuto un’infanzia povera di prospettive, un’adolescenza infame ed una giovinezza dal principio pigra e decisamente sonnolenta che all’improvviso, quasi magicamente, si tramuta in gagliarda ed avventurosa, fino al giorno della sua morte.

Nel raccontarsi in prima persona, il “defunto killer” non lesina particolari ed emozioni, incubi e deliri, sogni e speranze. Il raffinato linguaggio con cui Rosario Palazzolo verga questo sconvolgente giallo, dona al lettore un personaggio la cui caratteristica principale è l’essere estremamente riflessivo; la “voce fuoricampo” di Ernesto Scossa – proprio come nella migliore tradizione dei film e racconti letterari noir - ci fa immergere nelle sue malinconiche elucubrazioni, ragionando soprattutto sull’impossibilità della redenzione vera e propria, fino a giungere alla teoria secondo cui le persone si riempiono la bocca della “parola redenzione” senza sapere che, a volerci ragionare a fondo, in realtà questa parola rappresenta quasi un antidoto alla colpa facendocela dimenticare, sotterrandola, assoggettandola ad una miriade di attenuanti generiche e soporifere quando invece la colpa andrebbe affrontata di petto e colpita al cuore senza esitazioni, annoverata ed esposta costantemente in bella mostra fra i numerosi fallimenti dell’esistenza umana, affinché non si abbia affatto il benché minimo “sconto di pena” in qualsiasi futuro immaginiamo di dover ancora vivere.

Il racconto delle vicessitudini del “tristo mietitore Ernesto”, anche se riconducibile al giallo-noir, a voler ben vedere è un romanzo che sfugge a qualsivoglia definizione. Forse si potrebbe identificarlo come un “Giallo Oltre”, ai limiti del filosofico e sociologico.

palazzolo foto profilo

Rosario Palazzolo inventa e con successo sperimenta una sorta di lingua universale, potremmo dire “Esperantesca”, dalla poetica altissima che al contempo si “abbassa” al dialettale puro, quasi un “vulgare” che dice e non dice.

Dalla punteggiatura a tratti quasi inesistente ed a tratti troppo abbondante, il romanzo è un treno che corre libero e sfrenato, senza limiti, verso l’arguto ed audace finale. La sensazione che si ha leggendo l’opera, è quella di entrare tra queste parole come trovandosi dentro un spartito d’una gigantesca opera lirica. Il protagonista ci appare come un tenore poiché sembra quasi “cantare” la sua disperata vita piuttosto che raccontarla. Egli “canta” della vita che non gli piace ma che si vede costretto a subire, perché è così che tutti hanno deciso per lui.

Altro da scrivere circa questo piccolo grande capolavoro servirebbe solo a rovinarne l’atmosfera ed il fine ultimo. Non si può far altro che prendere in mano il libro ed avventurarsi nello spasmodico peregrinare di quest’uomo morto che spiega come “non vivere”, e lo spiega nel modo più assurdo e strano che si possa immaginare. Giunti alla fine, non si è più gli stessi e sarà un bene, decisamente.

Buona Lettura.