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La rivoluzione che diventa reazione

Scritto da Giuseppe Cozzolino Il . Inserito in Musica

PeppeDeandrè

Imputato...



...Hai assolto e hai condannato                                        ...Oggi, un giudice come me,
al di sopra di me,                                                           lo chiede al potere se può giudicare.
ma al di sopra di me,                                                      Tu sei il potere.
per quello che hai fatto,                                                 Vuoi essere giudicato?
per come lo hai rinnovato                                               Vuoi essere assolto o condannato?
il potere ti è grato...

                                                                                                  (Fabizio De Andrè)
                                                                                                                       

I versi sovrastanti sono tratti da Sogno numero due, brano di Fabrizio de Andrè tratto dal concept album Storia di un impiegato. Il disco fa riferimento ai moti rivoluzionari del 1968 e alle successive rivolte conclusesi nel raduno di Woodstock, ma questo per noi non è che un punto di partenza per parlare di come potere rivoluzionario e potere reazionario più che essere in antitesi, rappresentino semplicemente due aspetti necessari dello stesso problema ovvero il raggiungimento dell'ordine sociale.
Le due strofe prese in considerazione non sono state scelte casualmente, è subito chiaro nel leggerle la differenza basilare che intercorre tra rivoluzione e reazione : il potere rivoluzionario si pone di fatto e dunque al di sopra e al di fuori dell'istituzione , la quale rappresenta invece il potere legittimo.
Considerare la rivoluzione fenomeno antigiuridico è questione delicata: l'antigiuridicità, in senso assoluto, è caratteristica propria di ciò che è antisociale , mentre la rivoluzione è antigiuridica solo in relazione all'ordinamento in cui opera, in quanto si avvale già di un'organizzazione sociale, anche se in divenire. Nel momento in cui la rivoluzione si attua, passa da situazione di fatto a potere istituzionale. Ecco dunque che la rivoluzione da evento innovativo entra nel circuito del potere reazionario e un nuovo ciclo è pronto a cominciare . In assenza del potere reazionario la rivoluzione non può nascere, insieme rappresentano causa e effetto .
La questione da porre in risalto è la portata tragica della rivoluzione , la sua incontrollabilità e instabilità; essa si manifesta come un fiume in piena che proprio come la "bomba" di Storia di un impiegato è spinta da imparzialità ,rade al suolo tanto gli aspetti negativi quanto quelli positivi di un regime per giungere a una situazione spesso peggiore di quella precedente.
Quanto può convenire, dunque, la rivoluzione rispetto al riformismo? Con piccoli e lenti mutamenti , parte di un progetto più ampio, si realizzano ugualmente gli obiettivi preposti, eliminando però l'aspetto tragico. Il limite della rivoluzione sta quindi nel suo essere un potere di fatto , poichè nel fisiologico periodo di stabilizzazione del nuovo regime viene a crearsi una situazione di vuoto e incertezza; ecco perché alla rivoluzione , estrema e drastica, bisogna preferire, quando possibile, l'evoluzione, capace di apportare i cambiamenti necessari e al contempo di conservare quanto di buono c'è in un ordinamento .
Naturalmente questo discorso ha una valenza relativa, la rivoluzione esiste perché spesso necessaria : governi autoritari non sono di certo disposti a cambiare posizione o a concedere libertà, ma la democrazia, anche in periodi di grave crisi istituzionale non necessita di atti tragici , è il governo del popolo e dunque , almeno in teoria, dovrebbe essere aperta a ogni riforma che garantisca il bene della moltitudine.