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Danilo Ambrosino al MANN

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Mostre

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Siamo abituati a vedere Danilo dall’altro lato della barricata, come gallerista cioè, a presentare le opere di altri artisti. Infatti, insieme alla sua socia, l’architetto Anna Fresa, è anima e fondatore della DAFNA, una delle Home Gallery più accorsate della città.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, curata da Olga Scotto di Vettimo, possiamo ammirare i suoi lavori nel contesto dell’esposizione “LEIB-il corpo vivente”. L’opera di Danilo è tutta incentrata sull’uomo, l’uomo come essere vivente, pensante e sensibile, con i suoi sentimenti e le sue sensazioni, l’uomo e le sue esperienze, come si evince dal titolo stesso.  

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Leib. Sottolinea la curatrice, anima, sofferenze vissute, recenti e passate, e non solo Korpen, usando i termini tedeschi, come tedeschi sono Hussel e Scheler, dalla cui filosofia che evidenzia la differenza fra “leib” e “korpen”, come in tutto il discorso di Ambrosino con i suoi corpi, che sono le tavolozze su cui dipinge le emozioni. Le paure, le lotte, costanti e continue, dell’essere umano per la sopravvivenza. Questi corpi muscolosi, atletici nelle pose e nelle fattezze, scattanti come atleti che attendono lo sparo per lanciarsi nella loro corsa, o rannicchiati come semplici esseri umani, per sopportare meglio il loro dolore. L’artista si ispira alla recente realtà, la tragedia degli immigrati, che attraversano mari e deserti per fuggire guerra e miseria, e all’eterna condizione umana, di lotta per la sopravvivenza.     

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È perfetta la “location”, nel museo archeologico, perché avviene in contemporanea con la mostra sui gladiatori, con cui i quadri di Danilo, a detta del direttore Paolo Giulierini, si sposano a meraviglia. Si tratta di moderni gladiatori, dirà poi l’artista stesso, che come quelli antichi lottavano negli anfiteatri romani per guadagnare la propria sopravvivenza, e persino la libertà, questi lottano per una vita migliore. Li immagina così, contratti nell’atto di sopportare orribili sofferenze, o distesi, con i muscoli flessi, in pose oniriche, come nell’atto di spiccare il volo, verso una realtà migliore.

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La pittura di Danilo è su fogli di alluminio, bianchi o neri, ultimamente l’introduzione del fondo dorato può significare un’ulteriore ispirazione datagli dagli immigrati, avvolti nelle coperte termiche, spesso di quel colore, ma è una mia personale illazione, mi ricorderò di chiederglielo alla prima occasione, anche se probabilmente è qualcosa che ha fatto in maniera inconscia. 

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Ci spiega che il momento più delicato di ogni sua opera, dipinta con vernice simile a quella dei carrozzieri, è quando va a lavorare sull’interno del corpo, dove deve essere veloce e non può avere esitazioni, altrimenti la vernice si secca e non è più malleabile. È una pittura a sottrazione, dove con solventi, con una spugna ed altri metodi che non ci rivela tutti, togliendo la vernice già applicata, dona quel soffio vitale, da vero “creatore” ai suoi gladiatori. C’è anche dell’oro, che come nell’antica tecnica giapponese del “kintsugi”, dove si riparavano le porcellane rotte con saldature in oro, impreziosendo così il pezzo riparato, lui regala una nobiltà maggiore al corpo. Leib.

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Chi guarda un quadro di Danilo Ambrosino per la prima volta, è costretto a fermarsi, osservare meglio, e cercare di capire. O semplicemente ricevere le vibrazioni che emana, e solo dopo qualche minuto può esprimere un parere, anche se raccontare un’emozione è cosa estremamente difficile.