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Lo scudo penale per l’epidemia da Covid-19 si estende a tutto il personale sanitario

Scritto da Rodolfo Buccico Il . Inserito in Il Palazzo

Progetto senza titolo 3

Con l’introduzione, in sede di conversione in legge, il 28 maggio scorso (L. 76/2021), dell’articolo 3-bis del Dl 44/2021, si è ampliato l’ambito della causa di non punibilità, già prevista per i vaccinatori (l’esonero di responsabilità è configurato testualmente come una causa di esclusione della punibilità, subordinata alla prova che il vaccino è stato utilizzato conformemente alle indicazioni contenute nel provvedimento di autorizzazione all’immissione in commercio e alle circolari del Ministero della Salute sull’attività di vaccinazione), a tutti gli esercenti delle professioni sanitarie con finalità preventiva, diagnostica, terapeutica, palliativa, riabilitativa o di medicina legale.

Il personale sanitario per omicidio e lesioni colpose avvenuti durante lo stato di emergenza epidemiologica dalla sua dichiarazione il 31/01/2020, che originano nelle circostanze di emergenza, risulta punibile solo per colpa grave. Quest'ultima va valutata in base alla limitatezza delle conoscenze scientifiche al momento del fatto sulle patologie da Sars-CoV-2 e sulle terapie appropriate, della scarsità delle risorse umane e dei materiali disponibili in relazione al numero dei casi da trattare (numero di posti letto in terapia intensiva, disponibilità di farmaci e tecnologie o di personale medico/infermieristico in turno), nonché del minor grado di esperienza e conoscenze tecniche possedute dal personale non specializzato impiegato.

Tale disposizione, a carattere retroattivo e ultrattivo prevede una limitazione della rilevanza, per omicidio o lesioni colpose, escluse ovviamente quelle dolose o i diversi reati di epidemia o di rifiuto di atti d’ufficio, alla sola colpa grave, in qualsiasi forma essa si sia manifestata in relazione a condotte tenute durante lo stato di emergenza (scelta di chi curare prioritariamente o all’impiego diffuso di farmaci off label) e all’exitus o a lesioni in relazione o meno a patologie derivanti dalla positività al Covid-19 che, ove anche realizzatisi ad emergenza terminata, trovino in quella situazione la propria causa (abbassamento dei livelli assistenziali in ragione del carattere prioritario, diffusivo e incontrollato della pandemia, etc.).

La nuova norma precisa che tra i fattori che possono escludere la gravità della colpa, il giudice potrà considerare la limitatezza delle conoscenze scientifiche al momento del fatto sulle patologie provocate dal virus e sulle terapie appropriate, la scarsità delle risorse umane e dei materiali concretamente disponibili in relazione al numero di casi da trattare, il minor grado di esperienza e delle conoscenze tecniche del personale non specializzato impiegato durante l’emergenza.

Ciò comporta la valutazione del numero di pazienti contemporaneamente coinvolti nelle cure, gli standard organizzativi della singola struttura in rapporto alla gestione dello specifico rischio clinico, la volontarietà della prestazione, il tempo a disposizione per assumere decisioni, l’oscurità del quadro patologico, il grado di atipicità, l’eccezionalità o novità della situazione.

Tali valutazioni di merito non sono sempre in grado di escludere l’avvio di indagini preliminari, specie in ragione del sotteso accertamento di un nesso eziologico con la situazione di emergenza, ma possono evitare l’instaurazione di processi nel caso in cui non si riesca a muovere subito un rimprovero soggettivo qualificato al sanitario.

Questa disposizione potrebbe fare da modello per una disciplina della responsabilità penale del sanitario che superi l’attuale formulazione dell’articolo 590-sexies del codice penale, connesso alle ipotesi di imperizia e condizionato al rispetto di linee guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate alla specificità del caso concreto, per conferire concretezza e vincolatività al principio generale già desumibile dall’articolo 2236 del codice civile, tuttora rimesso all’apprezzamento giurisprudenziale.

Tale scudo penale inserisce tra gli elementi necessari alla valutazione delle responsabilità del professionista anche le condizioni, in molti casi ardue, in cui i professionisti della sanità si sono trovati e si trovano ad operare nell’ambito di questa terribile emergenza sanitaria.